Era ricco Ambrogio. Aveva un libriccino verde della Cassa di Risparmio, in cui era scritta una somma tonda, che rappresentava per lui l’avvenire. Quale avvenire? Non lo aveva mai chiesto a sè medesimo, e pure quel gruzzolo gli era caro. Quante volte aveva aperto il suo libretto verde! Lo aprì ancora e gli si spianarono tutte le rughe della fronte, perchè la somma tonda non si era cancellata. Quanto era ricco Ambrogio! E di quanta pietà non si sentiva preso confrontando la propria floridezza colla rovina di quella casa, che gli aveva dato il pane per tanti anni!

Ambrogio non aveva parenti prossimi; nei suoi testamenti, perchè egli ne aveva fatti parecchi col pensiero, destinava tutte le proprie ricchezze a rizzare un campanile, che si alzasse nella piazza del suo paesello come il gran dito della parrocchia, ad accennare il cielo; oppure all’aggiunta di alcuni letti nell’ospedale provinciale, perchè vi potessero andare a morire i suoi vecchi compaesani poveri; oppure a fare la fortuna d’una trovatella ch’egli andrebbe ad arricchire appena nata; o infine a dar la dote ad una bellissima bambina di sei anni che egli aveva visto un giorno far la rana nella strada fangosa, sopra un cencio di tappeto, dinanzi ad un pubblico di monelli. Queste ed altre ultime volontà egli aveva avuto e mutato più volte; non era punto frettoloso Ambrogio, si sentiva sano e robusto, e sapeva anche, perchè lo diceva spesso la sentenziosa contessa Veronica, che molti sono i modi di spendere il denaro, uno solo quello di conservarlo. Le buone occasioni di fare il bene, per chi ha dieci mila lire alla Cassa di Risparmio — diciamo dieci mila lire tonde — non mancano; solo bisogna saperle aspettare, e Ambrogio sapeva aspettare quanto chicchessia, meglio di chicchessia.

Delle occasioni di fare il bene, eccone una per esempio: «Ambrogio va alla Cassa, riscuote tre mila lire delle diecimila; paga il debito del conte, si fa fare la ricevuta e raccomanda all’usciere di passare in ogni tempo a conveniente distanza dalla casa della contessa Rodriguez De Nardi. Il conte non andrà in collera perchè non saprà nulla, e Ambrogio gusterà segretamente il sapore d’un’azione generosa.»

Ma Ambrogio vide subito che non ne avrebbe fatto nulla, e crollò il capo mestamente; il desiderio ce l’aveva, e se fosse bastato quello, non tre mila lire soltanto, ma tutte quante le diecimila egli avrebbe speso per venire in aiuto del suo padrone; ma poi?... Il conte Cosimo non si sarebbe trovato meglio niente affatto, e le diecimila lire sarebbero ridotte necessariamente, inesorabilmente a settemila. Che bella cosa essere generosi, fare il benefizio e nascondersi, andare incontro alla rovina, spendendo tremila lire quando se n’ha appena diecimila, e non fiatare neppure per sottrarsi alla gratitudine! Ambrogio sentiva che avrebbe ammirato molto un altro Ambrogio che avesse fatto tutto ciò. Ma di farlo lui non se ne sentiva proprio la forza. Domandava a sè stesso: «Forse che io non voglio bene al mio padrone, a quel povero conte Cosimo, come ad un figliuolo? Non è forse vero che, per risparmiargli un dolore, farei venti chilometri a piedi sotto il sole di luglio? Non è forse vero che darei per lui mezzo il mio sangue, tutto il mio sangue?» — È verissimo, povero Ambrogio!

Intanto che si accumulavano i nugoli d’uragano sull’anima del vecchio, il cielo esaudiva i voti del suo cuore feroce. Egli non aveva ancora riposto nel cassetto il prezioso libretto verde, quando qualcuno, dietro l’uscio della sua camera, gridò: «Signor Ambrogio, la contessa muore!» — «La contessa muore!» ripetè Ambrogio, facendosi sull’uscio, incontro ad Annetta, la quale, giunta impreparata a questo momento difficile, sbarrava gli occhi e cercava inutilmente le parole.

E una voce suggerì: «È il tuo desiderio che la uccide,» ma la intese Ambrogio soltanto.

— È un colpo, un altro colpo — assicurò la servetta, ridiventando padrona della scena — cioè un accidente; non si muove più; gira solo gli occhi e parla.... Accorriamo, signor Ambrogio, accorriamo.

Annetta non aveva esagerato la sua parte; era proprio un colpo, cioè un accidente, quello che riduceva all’immobilità la contessa Veronica.

Suo figlio, sua nuora e Geromina, accorsi al capezzale del letto dell’inferma, le spruzzavano in viso dell’acqua, le accomodavano i cuscini in modo da tenerle alta la testa. La contessa guardava di qua e di là inquieta; non si moveva affatto e diceva colla lingua imbrogliata: «Non posso, non posso,» quasi che gli inutili sforzi di volontà che faceva per muoversi fossero visibili a tutti.

Si aspettava il medico che tre servi erano andati a chiamare in casa, in farmacia e all’ospedale, e intanto il conte Cosimo pareva cercare intorno a sè qualche cosa che desse sollievo a sua madre morente.