Allora Ambrogio, che aveva l’anima turbata dal rimorso, ebbe un’ispirazione suggerita dal pentimento e si offrì per cavar sangue alla signora contessa.
— Sai fare un salasso tu? domandò l’ammalata.
Ambrogio confessò umilmente la sua abilità.
— Sono vecchio, disse per giustificarsi.
— Cavami sangue, ordinò l’ammalata.
E Ambrogio, chiedendo al rimorso una forza proporzionata al difficile cimento, sollevò il braccio inerte della padrona e lo appoggiò con cautela sopra un ampio lavamani. Già si accingeva senza scrupolo a far scorrere per l’ultima volta il nobilissimo sangue della razza De Nardi, quando giunse il medico. Il dottor Serafini, luminare della giovane allopatia, vide dall’uscio l’errore che si stava commettendo e corse con impeto alle spalle di Ambrogio per impedirlo.
— La volete ammazzare? — chiese poi freddamente.
Ambrogio fu preso da un tremito, come se avesse commesso veramente il reato, di cui gli veniva attribuita l’intenzione, e l’ammalata stessa, per iscusarlo, disse: «Gliel’avevo ordinato io, mi pareva che dovesse sollevarmi; i De Nardi hanno sempre avuto molto sangue nelle vene.» Ma il dottore Serafini, senza alcun riguardo per la razza De Nardi, sentenziò crudamente che ogni uomo ha il sangue necessario alla propria esistenza e niente più; dopo di che, parendogli aver difeso con bastante energia il principio sacrosanto che nessuno è padrone d’andare all’altro mondo senza il consenso del medico, cominciò ad informarsi del male.
Ad ogni parola dell’inferma egli faceva di sì col capo. — Aveva avuto la signora contessa un gran sonno? — Sì, dopo la colazione, aveva avuto un gran sonno. — Bene. — Aveva dormito. — Benissimo. — Si era svegliata con un tremito nervoso. — Benone. — Per un poco le era sembrato di sprofondare in un abisso. — Sempre bene. — Di perdersi. — Benissimo. — Poi non aveva sentito più nulla. — Benone.
Era chiaro che il male non aveva violato nessuna delle condizioni stabilite colla giovane allopatia — era rimasto nel suo diritto, e il dottor Serafini se ne mostrava proprio contento. Toccò poi lungamente il polso dell’ammalata, le ascoltò il petto, pregandola di respirare forte; in ultimo si fece da parte per iscrivere una ricetta.