— No, disse l’inferma; — pensavo che quella disgraziata ha nel sangue la sua corbelleria... bisogna impedirgliela... Stette un po’ in silenzio, poi disse forte: — Quell’altro non mi piace.

Quell’altro era Silvio.

La lingua dell’ammalata si faceva sempre più ribelle, e le parole venivano fuori stentate e storpie; nondimeno la contessa parlò fino a sera, divagando molto.

— Cannetta... disse più volte — no, Cannetta... — e senza perder tempo a rinnovare il tentativo d’esprimere quel pensiero, ne esprimeva un altro, sempre colla testa immobile, affondata nei guanciali e girando gli occhi inquieti.

E la lingua le si impastoiava e le parole storpie erano in maggior numero delle altre, quando la cameriera portò i lumi.

Appena la vide, l’inferma chiamò:

— Cannetta!

— Cannetta? ripetè Annetta interrogando prima i padroni, poi sè stessa.

— Cannetta! insistè la contessa.

— Sono qua! rispose la cameriera, indicando con uno sguardo al soffitto che per amore della padrona si rassegnava a tutto, anche a ricevere quel nome stravagante. Si accostò al capezzale, e la contessa le disse all’orecchio, ma così forte che udirono tutti: «i quadri.» Nondimeno Annetta seppe mostrarsi degna della confidenza ricevuta, e venne a ripetere sottovoce al conte Cosimo che la signora contessa voleva i quadri.