— Quali quadri? aggiunse con molta ingenuità; lo sa lei?

— Lo sai, lo sapete, disse l’ammalata, presto... essi sono là! uno addosso all’altro; sono venuti da lontano per far visita all’ultimo rampollo della loro razza: vengano; fateli entrare ad uno ad uno... tiratemi su perchè possa riceverli.

Annetta, senza alcuna prova, faceva una parte ingenua alla perfezione; girava la sua piccola testa ora verso il conte Cosimo, ora verso l’ammalata, cogli occhi sbarrati e fissi e la bocca semiaperta.

Diveniva chiaro che la contessa Veronica vaneggiava; le sue parole erano ancora abbastanza limpide, ma nelle sue idee cominciava la confusione delle immagini colla realtà.

Il conte Cosimo non si lasciò ingannare dalla controscena di Annetta, e le fece intendere alla muta che aveva capito benissimo, poi si accostò al capezzale del letto.

— Madre mia, disse, sono i ritratti che tu vuoi vedere?

— Vengano! rispose la contessa dando gli ordini a molti servi invisibili — entrino ad uno ad uno.

— Avevo pensato di farti un’improvvisata, balbettò il conte arrossendo. Ma l’inferma non gli badò.

— Imperio! disse; e strinse le labbra aspettando che l’illustre antenato rispondesse all’evocazione.

Ad un cenno del conte, Ambrogio aveva lasciata la camera; e un momento dopo rientrava camminando di fianco, abbracciato ad un quadro colla cornice verde che andò a deporre sopra una seggiola in faccia al letto. Sciolto da quell’amplesso plebeo, apparve agli occhi della contessa Veronica, il suo illustre antenato.