— Imperio! disse allora l’inferma, biascicando le parole. Imperio, mi riconosci? Sono mutata molto; è un pezzo che non ci vediamo. Anche tu hai sofferto.
Infatti Imperio De Nardi aveva una scrostatura maligna sulla punta del naso, e sul petto una ferita da taglio che riduceva a poca cosa il prestigio della sua corazza.
Gli astanti guardavano muti quella scena grottesca, cui la morte concedeva una strana solennità.
L’ammalata si trattenne lungamente con Imperio De Nardi, poi lo licenziò con due parole: ho sonno!
Essa chiuse gli occhi, ma Imperio rimase sulla seggiola, perchè nessuno pensava a portarlo via, e continuò a guardare la sua ultima nipote, con un’occhiata fissa e severa, che metteva paura. Infatti, quando la contessa Veronica si destò e vide ancora dinanzi a sè quell’illustre fantasma, gli disse che essa non aveva fatto nulla, che era innocente, che non stesse a guardarla a quel modo. E allora Ambrogio avvinghiò un’altra volta Imperio De Nardi con un amplesso plebeo e lo depose a terra colla faccia rivolta alla parete, perchè non potesse fulminare collo sguardo la moribonda.
— Gli altri, balbettò l’ammalata.
Molti erano lì, schierati lungo le pareti, in giro alla camera, e Ambrogio andava e veniva portando sulle braccia quelli che ancora mancavano. Fecero così il loro ingresso Sofia De Nardi, antica madre badessa del Convento delle Cappuccine, Efisio De Nardi, giudice della Reale Udienza, e presero il loro posto accanto agli altri.
Ma la contessa Veronica li vide appena.
— Mi sento male! disse — mi pare di morire! Dio mio! così presto?
Il terrore arrestò sull’uscio Ambrogio e Baingia De Nardi, bisnonna della morente.