Un gran sospiro d’Ambrogio, poi silenzio.
— Questo vaso del Giappone è spaiato, entrò a dire il Cilecca.
Ambrogio gli piantò in faccia due occhi fulminei, ma l’altro, obbligato da un sentimento di giustizia, ripetè ad ogni modo che il vaso del Giappone era spaiato.
— Insomma, disse poi Ambrogio, si fa qualche cosa o non se ne fa nulla?
— Sono qui per far qualche cosa, sospirò il Cilecca; ma la condizione di dover sborsar subito il mio denaro e di dover aspettare un mese, o magari due, a pigliarmi la mia roba, è proprio crudele.
L’abuso di quei due pronomi possessivi collocati così malamente, avrebbe fatto andare in collera il buon Ambrogio se la cosa fosse stata lecita alla presenza del signor conte; egli si accontentò invece di dire al Cilecca che la roba non era sua finchè non l’avesse pagata, e che dopo non sarebbe più suo il denaro, — e ciò per rispettare l’equità e la grammatica.
Poi soggiunse:
— Non le ho detto che debba attendere nè un mese nè due a ritirar la roba; dovrà aver pazienza quanto basti; e dovesse anche sospirare dieci anni, comperando a questo prezzo, farà sempre un buon negozio.
L’occhialetto del signor Cilecca non potè assistere indifferente ad una minaccia simile contro il suo proprietario; cadde, ricadde, tornò a cadere, voleva spezzarsi a tutti i costi, ma una mano pietosa e pronta sempre lo trattenne.
— Dieci anni! esclamò il Cilecca con un terrore comico; sa che mi fa un brutto scherzo, signor Ambrogio? Dieci anni! Ma dunque è più sana di me quella donna?...