Ambrogio comprese d’avere peccato per eccesso di zelo, e ingegnandosi di correggere alla meglio la corbelleria commessa, afferrò il suo avversario per un braccio, lo spinse nel vano di una finestra, ed abbassando la voce, gli disse:

— Non dovrà aspettare un pezzo, glielo dice Ambrogio; anche due notti fa ebbe un altro colpo...

— Un colpo... lei vuol dire un accidente?

— Sì, un accidente leggiero... il medico dice che quando meno ce l’aspettiamo...

Il povero Ambrogio, dicendo questo mozzicone di frase, sudava.

— Si danno dei casi... mormorò Cilecca, non ancora persuaso..., sì, se ne danno tutti i giorni... ne conosco anch’io di gente accidentata, che si ostina a vivere...

Si vedeva bene che Ambrogio aveva qualche cosa da dire, forse un argomento trionfatore da mettere innanzi, ma che non si sapeva indurre a servirsene perchè gli faceva pena.

— Le ripeto che la contessa Veronica può mancare all’improvviso, quando meno ce l’aspettiamo; non le dico altro, ci pensi, faccia i suoi conti...

Ma il Cilecca era incorreggibile.

— Ho capito benissimo, ma può anche succedere il contrario... tante volte gli ammalati la fanno in barba ai pronostici... Che premura abbiamo di fare le cose senza riflettere? Mi pare che se prima parlassi col medico curante, troverei forse il coraggio d’arrischiare il mio denaro... Ventottomila lire sono un piccolo patrimonio. Si metta nei miei panni, signor Ambrogio, la giustizia prima di tutto!