— Non hai riposato stanotte?
— No, rispose il conte, non avrei potuto chiudere occhio; ho lavorato un’ora a far conti, poi ho passeggiato fino all’alba.
— Conti? mormorò Silvio.
— Sì, amico; finchè viveva mia madre, rimaneva una partita aperta; ora l’ho chiusa...
Abbassò il capo sul petto, poi rialzandolo risolutamente, ripigliò:
— Non è più ora di misteri; ho finito di mentire; e ti aspettavo appunto per dirti tutto.
— Tutto?...
— In due parole: sono rovinato!
Nel silenzio penoso che seguì a questa rivelazione, si udì il respiro di quei due petti scaldati dall’amicizia. Fu ancora Cosimo che riprese a dire con voce pacata e monotona, in cui non vibrava nemmeno più la corda dell’amarezza:
— Sì, amico, sono rovinato; tu ne sospettasti qualche cosa il giorno che fu annunziato lo scioglimento del Banco Universale. Tu sai come andò quel triste negozio. Mia madre non ci ha colpa, era stata tentata con arte a sottoscrivere molte azioni; non mi vanto di averci visto più chiaro di lei; ebbi fede anche io nella nuova istituzione; le azioni si vendettero con un premio quasi prima dell’emissione, perchè la speculazione le aveva accaparrate; pochi mesi dopo il Banco si chiudeva per difetti di amministrazione. Il premio, che rappresentava un terzo del capitale, era sfumato. Mia madre perdette in quell’occasione più di cento mila lire, ma le perdette allegramente, perchè si credeva sempre milionaria. Aveva il suo denaro collocato in mani sicure, diceva lei, — non sapeva che due dei suoi debitori non le pagavano più gli interessi e non le pagherebbero il capitale, perchè avevano fallito entrambi.