— Bisognava dirle... sfuggì a Silvio.
— Silvio mio, gli rispose prontamente Cosimo, ponendogli le mani sugli omeri; Silvio mio, quando mi provai a dirle qualche cosa, rise del mio sgomento; e quando volli toccare il fondo della nostra disgrazia, mi sgomentai io stesso, perchè vidi una rovina irrimediabile; sopra i terreni, sul palazzo di Ploaghe, sul mulino, sugli oliveti, sugli orti, su ogni cosa pesavano delle ipoteche antiche, che si mangiavano le rendite; i terreni, gli oliveti, gli orti e il resto abbandonati laggiù deperivano; una metà dei fitti non ci era pagata, l’esattore e le riparazioni si pigliavano l’altra metà. Io vidi il male e vidi pure il rimedio....
— Andare in Sardegna, disse Silvio, ripigliare l’amministrazione...
— Appunto, disse Cosimo colla inalterabile monotonia dell’accento, appunto; andare in Sardegna, amministrare i propri beni, vivere alcuni anni facendo economia e ricuperare il patrimonio dell’antica casa De Nardi; io voleva far questo, ma mia madre si oppose all’idea di abbandonare Milano; non sapeva come si potesse vivere a Sassari od a Ploaghe. Mi ordinò di vendere qualche cosa per rattoppare il resto; e rise ancora, la poveretta, rise delle mie paure. Ma non era un riso sano, nè forse sincero. Pochi giorni dopo ebbe il primo segnale della tremenda malattia, che doveva inchiodarla sul letto per un anno. E allora, amico, non si parlò più di miserie: ho lasciato che morisse tranquillamente nel suo inganno; le cose, te lo puoi immaginare, non si sono migliorate in questo tempo; il palazzo di Ploaghe è vuoto; dei vecchi mobili di casa De Nardi ho salvato appena gli antenati di mia madre; sono qua, li vedrai; spero che essi l’abbiano consolata nell’agonia, più di suo figlio. I terreni di Ploaghe sono venduti; a Sorso non ci rimane più nulla; ma abbiamo ancora una falda di monte ad Iglesias, la casa di mio padre a Florinas e qualche terreno; su tutto pesano ancora delle ipoteche; non ci mancano crediti inesigibili; aggiungi un capitale di cinquanta mila lire in cedole nominative e poco meno di trenta mila lire in denaro che Ambrogio ha ricavato vendendo tutti i mobili di casa al signor Cilecca, col patto di non ritirarli..... se non dopo la morte di mia madre.
Dicendo queste ultime parole, Cosimo si coprì la faccia colle mani.
— Non vi era rimedio, soggiunse con voce sorda, bisognava far denaro in qualche modo, per le spese d’ogni giorno, e anche per quelle del funerale.... che non potevano tardare, ce lo assicurava il medico.
— Amico mio, cominciò a dire Silvio; amico mio, coraggio...
— Ne ho, rispose il conte con fermezza; il coraggio non mi è mancato quando era difficile averne; al capezzale di quella povera donna che soffriva, che mi parlava dell’avvenire colla fiducia d’una bambina e si pagava ogni giorno un capriccio di falsa milionaria allora ci voleva coraggio per tacere, per sorridere, per aspettare la morte senza aggiungervi nemmeno l’ombra d’un desiderio. Questo coraggio l’ho avuto.
Silvio stringeva la mano dell’amico, ma ancora non sapeva trovar parole.
— Mia madre è morta e quel che mi rimane a fare è facile al paragone, disse il conte ripigliando la sua pacatezza; ho fatto chiamare il notaio, domani si leggerà il testamento della contessa De Nardi.