— Va di mala voglia in Sardegna? insistè Silvio cercando di leggere il pensiero dell’amico. Non ha torto; non è la sua patria; ed è l’ignoto per lei.
Ma Cosimo aveva abbassato il capo sul petto e non rispondeva.
— Che cosa ci è? domandò allora Silvio abbassando la voce.
— Ci è, disse il conte, rialzando il capo e stringendo le braccia dell’amico colle mani tremanti, ci è che Beatrice non sa nulla; ci è che essa ha vissuto finora come un uccelletto prigioniero, empiendo di canti la sua gabbia dorata, e della vita non conosce se non ciò che si può vedere in teatro, nelle sale dell’aristocrazia, e sulle vie... attraversandole di trotto in carrozza.
— Tua moglie ha buon senso... osservò Silvio.
— Non dico il contrario, e mia madre non aveva forse buon senso? Una cosa è il criterio, e un’altra la volontà. Che cosa può volere mia moglie, lo sai tu? Come accoglierà essa la notizia che non siamo più milionari, te lo immagini tu?
— Bisognava dirglielo prima, osservò Silvio, bisognava prepararla.
— Bravo! così dicevo anch’io, ogni giorno: «bisogna dirglielo, bisogna prepararla;» ma poi la vedevo spensierata e sorridente accanto al dolore e mi mancava il coraggio di far tacere quella musica e di spegnere anche quel po’ di luce intorno a me. Sono stato un egoista, non lo nego. Del resto in questi ultimi mesi Beatrice era più di mia madre che mia; la povera paralitica me l’aveva presa. Ero paralitico anch’io, perchè tutte le mie speranza erano morte; ma io rappresentai la commedia dell’uomo sano, e forse mi sembrò virtù soffrire senza guastare la spensieratezza di mia moglie, che tanto tanto non avrebbe potuto darmi alcun rimedio.
— Dov’è ora?
— Dorme, ed io mi sono appostato qui, aspettando che si svegli e che mi venga incontro sbigottita ancora dallo spettacolo della morte, per dirle che si prepari a vedere altre cose orrende.