La domanda offrì a Cosimo una risposta, ed egli la fece prontamente, rubando le parole di bocca a Silvio.

— La Sardegna ha un tarlo, ed è che la gente fornita d’un po’ di cultura non conosce il bisogno; i veri bisognosi sono pochi; ignoranti e schiavi dei pregiudizi. Arricchirsi in Sardegna è un’opera buona; perchè vi è quasi impossibile far danaro senza insegnare qualche cosa a chi sta a guardare.

Cosimo pronunziò queste parole con una vivacità, di cui fu impressionato egli stesso.

— Andremo in Sardegna, disse semplicemente Beatrice.

Tanta docilità stupiva i due amici, che non vi erano preparati. Per un poco nissuno trovò parole, e fu ancora Beatrice la prima a porgere la mano alla conversazione sviata. Lo fece in un modo poco allegro veramente, ma il più naturale.

— Vorrei vederla, disse, e ognuno intese di chi parlava; quando me ne dimentico un momento, mi sembra di essere un’ingrata.

S’avviarono tutti e tre alla camera della morta, ma prima di lasciare la sala verde, Silvio, con uno sguardo, fece intendere all’amico che era meglio non dir nulla ancora.

VII.

Lo dicevano tutti: era proprio un peccato che l’abitazione della nobile contessa Rodriguez De Nardi non fosse distante dalla chiesa di San Francesco di Paola, almeno tanto da lasciar distendere interamente la lunga processione di preti, di Stelline, di signore velate, di servitori in livrea, di poveri colla torcia, di carrozze stemmate e di carrozzelle da nolo. Tutta la prima parte di quel magnifico funerale — la parte che sarebbe riuscita più solenne, perchè doveva condurre la folla, a suon di marcia funebre, dinanzi alla facciata della chiesa coperta di panno nero a strisce d’argento, a leggere a bocca aperta una gran scritta che raccomandava al cielo l’anima pia della defunta — tutta questa prima parte dello spettacolo era sciupata. Dal portone di casa Rodriguez ai gradini della chiesa non vi erano nemmeno cento passi! E quando i necrofori si furono avviati lentamente, come se dovessero fare un lungo viaggio, e dietro a loro i preti e poi la musica, bisognò far seguire il carro inghirlandato e stemmato e lasciare che il resto uscisse alla meglio dalla confusione per entrare in chiesa senza ordine e senza solennità.

In compenso la cerimonia religiosa fu lunga assai; la contessa Rodriguez de Nardi era entrata in chiesa per l’ultima volta alle 10 del mattino, ed alle 11 vi era ancora folla di curiosi dinanzi ai gradini per aspettare l’uscita. Il carro nero col baldacchino, coi cordoni d’argento abbrunato, coi grossi fiocchi, coi pennacchi, colle ghirlande di semprevivi, coi quattro cavalli coperti di gualdrappe nere, ricadenti fino a terra, non avrebbe fermato i passanti, se non avesse portato appesi ai due lati gli stemmi gloriosi dei Rodriguez e dei De Nardi. Persone di buona volontà, alle quali l’araldica non aveva mai detto una parola, pur s’ingegnavano di decifrare i segni misteriosi di quei due scudi, arrischiando le più bizzarre ipotesi, per ingannare il tempo; ogni tanto qualcuno dava una capata in chiesa e veniva ad annunziare che si era all’elevazione, all’ite missa est, al Requiem æternam; allora dal crocchio degli sfaccendati se ne staccava uno crollando il capo e dichiarando che non aveva altro tempo da buttar via.