Nell’interno della chiesa lo spettacolo aveva una solennità di apparato, che non toccava il cuore; i preti seduti tranquillamente gli uni in faccia agli altri, negli stalli dell’altare maggiore, cantavano forte, trascinando certi voci voluminose in cadenze pigre, non mai finite; uno scaccino fendeva a stento la folla brandendo una seggiola sopra le teste chine dei devoti, finchè non aveva collocato la sua mercanzia; un sagrestano andava in giro a fare la questua, facendo sonare sotto il naso dei fedeli una gran tasca che si veniva empiendo di soldi, non ostante le distrazioni di chi non aveva spiccioli o non se li voleva cavare di tasca. Tutto ciò faceva un bizzarro contrasto colle colonne tappezzate di nero, col catafalco eretto nel mezzo della chiesa, e con quei lunghi ceri, ardenti intorno alla bara.
Ci era in un canto della chiesa qualcuno che osservava amaramente queste cose — Silvio; egli era venuto per accompagnare al funerale la nipotina, che si trovava in compagnia d’Annetta, in mezzo alla folla di signore; sapeva quanto Angela fosse irrequieta per natura e l’aveva vista voltare il visino sconfortato; allora aveva pensato di mandarle una seggiola, come per raccomandarle la pazienza, e infatti la fanciulla si era messa a sedere e pareva rassegnata alla propria sorte, perchè non si voltava più. E Silvio, dal suo cantuccio, guardava e pensava liberamente; immaginava, entro la bara, la salma della defunta, come se avesse ancora coscienza di quanto si faceva intorno a lei, e gli pareva che la contessa Veronica dovesse godere di tutta quella folla, di quei ceri che agitavano le grosse lingue di fiamme, di quel vocione che ogni tanto intonava il Dominus vobiscum e del confuso intreccio di voci che rispondeva et cum spiritu tuo. Ogni tanto il pensiero di Silvio usciva di chiesa e risaliva fino alla casa della vera afflizione, dove Cosimo, asciugando le ultime lagrime di sua moglie, si lasciava rodere il cuore dal proprio segreto. Ma la voce grossa dei sacerdoti lo richiamava in chiesa, e quello spettacolo nero gli sembrava una cosa indifferente al paragone della desolazione che egli aveva visto nel cuore dell’amico.
L’ufficio funebre finì all’improvviso, con un Amen lungo e sonoro, dopo il quale il silenzio non parve sincero a Silvio; ma gente di lui più pratica e più vicina alla porta, imboccò l’uscita.
Un momento dopo la contessa Rodriguez De Nardi era sul suo gran carro, e la banda cittadina sonava quella marcia funebre della Jone, che sembra scritta in sepoltura.
Cominciò la lunga sfilata. La gente che faceva ala al corteo, vedendo quello spettacolo, esagerava le ricchezze della defunta; e un filosofo in maniche di camicia assicurava ogni tanto che egli era più ricco della contessa Rodriguez. Un’ora dopo la defunta aveva finito di sbalordire Milano col suo fasto. Già molto prima di giungere al cimitero, la folla si era dispersa, perchè aveva piovuto da poco e il viale non lastricato era fangoso, ed anche perchè a quell’ora la gente viva usa far colazione.
E la contessa Veronica rimase là, in uno stanzino chiuso a catenaccio, ad aspettare che suo figlio venisse a pigliarla per andare in Sardegna.
Nell’uscire ultimo da quello stanzino, parve a Silvio che l’anima pentita della contessa gli dicesse lo strazio di dover aspettare là sola, e il rammarico inutile di non aver voluto una sepoltura in Milano, e la penosa incertezza di non sapere dove avrebbe dormito il suo lungo sonno.
— Dove la seppelliscono? chiese Angela, alzando il visino bianco e gli occhi sereni a guardare suo zio.
Silvio rispose che non lo sapeva ancora; e il suo pensiero era già lontano.
— Andiamo a casa, disse, è tardi.