— Mi riconduci in collegio? chiese Angela; mi avevi promesso di togliermi di là.... io voglio rimanere con te, sempre con te... vuoi?

Silvio era distratto e guardò il volto soave della fanciulla e poi lungamente innanzi a sè, prima di rispondere.

— Fra pochi giorni, disse, sarai contenta.

Annetta, che era andata fra le tombe in cerca di un barone suo parente lontano, per dirgli che essa pensava sempre a lui, raggiunse allora di corsa il professore e la fanciulla.

— Non l’ho trovato, disse, ma lo troverò.

— Chi sa come si è nascosto bene! osservò Angela.

Silvio la guardò in faccia. Splendeva proprio un’intenzione beffarda sul viso di Angela, ma senza ombra di cattiveria: era furba Angela, ed era bella, proprio bella. E Silvio pensò che sua nipote fra pochi anni avrebbe fatto girare la testa a più di un giovinotto.

Angela aveva cacciato una mano sotto il braccio di suo zio, e gli camminava al fianco facendo i passi lunghi come una sposina. Sì, come una sposina, e fu essa stessa a farne l’osservazione.

— Se non avessi il vestito corto, disse ridendo, la gente mi piglierebbe per tua moglie.

— Pazzerella! rispose Silvio; e guardò stupito nel proprio cuore, dove seguiva uno strano rimescolio di vecchi sentimenti dimenticati.