VIII.
Ci fu una breve agitazione dietro l’uscio della gran sala verde; e solo dopo uno scalpiccio confuso e un bisbiglio sommesso, la porta si aprì bruscamente, ed irruppe, come spinto da una molla invisibile, Cecchino, lo sguattero. Il povero ragazzo si arrestò appena gli fu possibile, per raccomandare a’ suoi padroni, senza guardarli in faccia, anzi voltandosi verso l’uscio, non istessero a credere che egli avesse in qualche parte del corpo una molla tanto impertinente, e far loro intendere che aveva ricevuto uno spintone da Giovanni. Infatti il cuoco veniva alle spalle di Cecchino, e per quanta falsa bonarietà mettesse nella faccia carnosa, sotto il piccolo fulmine lanciatogli dal suo schiavo ribelle, fu visto barcollare come un colpevole. L’ingresso riuscì meglio allo stalliere Stefano, vestito della sua giacchetta festiva a grandi scacchi di molti colori, a Pantaleo, il cocchiere più sbarbato di Milano, e riuscì benissimo al domestico Francesco, il solo a cui i seggioloni antichi di casa Rodriguez non mettessero soggezione, perchè egli aveva visto il fondo di queste e di altre cose.
Ritta a breve distanza dal tavolino, intorno a cui sedevano, coi due notai, la contessa Beatrice e il professor Silvio, Annetta accoglieva gli ultimi arrivati con un sorriso d’incoraggiamento.
Ambrogio, col capo chino sul petto, guardava sott’occhi il conte Cosimo, il quale, rimasto in piedi, a testa alta, aveva l’occhio fisso e lucente.
— Avvicinatevi, disse il Parolini, senza levare lo sguardo dalle carte che aveva dinanzi — il signor conte lo permette. Allora il cuoco, abbrancando per gli omeri il suo sguattero, se lo spinse avanti alcuni passi; il cocchiere e lo stalliere li seguirono, e Francesco, con una disinvoltura che formò l’ammirazione della cucina e della rimessa, fece un giro largo, rasente alle pareti, e si andò ad arrestare accanto ad Annetta, che lo accolse con un saluto dignitoso.
— La nobilissima contessa Veronica Rodriguez di Florinas, dei conti De Nardi di Ploaghe, cominciò il Parolini, allungando quanto era possibile i nomi e i titoli, prima di morire si degnò di dettare al dottor Larucci, mio egregio collega, ed a me, le sue ultime volontà; noi siamo qui per dare appunto lettura del testamento della contessa.
Pausa.
— Dottor Larucci, soggiunse il Parolini con garbatezza squisita, vuole compiacersi di legger lei?
Il dottor Larucci, sempre previdente, aveva intanto ripulito le lenti del suo occhialetto e messolo a cavalcioni sul naso; gli bastò tirare indietro il capo, e sollevare un tantino la carta per poter leggere con voce desolata: «Oggi diciannove marzo 18... regnando felicemente Vittorio Emanuele II, nella casa d’abitazione della nobilissima signora contessa Veronica Rodriguez di Florinas, dei conti De Nardi di Ploaghe, posta in via dei Giardini al numero civico 24, al primo piano nobile, alla presenza di me notaio dottor Giovanni Parolini e del dottor Lazzaro Larucci, pure notaio, entrambi di Milano, dell’eccellentissimo conte Cosimo Rodriguez di Florinas e del signor Ambrogio Cima, testimoni a me cogniti, idonei e sottoscritti, è comparsa la nobilissima signora Veronica contessa Rodriguez di Florinas, dei conti De Nardi di Ploaghe, nata in Ploaghe, Sardegna, con domicilio e dimora stabile in Milano, la quale nel pieno possesso di tutte le sue facoltà mentali, sebbene costretta a letto da malattia, mi ha dichiarato di voler fare testamento ed ha espresso a chiara ed intelligibile voce le sue ultime volontà in questi termini:»
Pausa.