Cecchino, buona creatura che aveva già dimenticato lo spintone ricevuto, cercò di leggere sulla faccia del cuoco il significato occulto di quelle parole insolite — invano; la faccia tonda del cuoco era come una casseruola appesa al suo chiodo — non diceva ancora nulla. Allora Cecchino interrogò la faccia del cocchiere, ma ahi! poche ore prima il rasoio ne aveva raschiato ogni espressione; quando Cecchino volle interrogare lo stalliere, che aveva l’aspetto meditabondo, la voce desolata del dottor Larucci ripigliò:

«Nomino erede universale ed esecutore testamentario mio figlio Cosimo, che da parecchi anni amministra il mio patrimonio, ascendente a un milione e dugento mila franchi, sul quale gravano alcune piccole ipoteche.»

Il milione della defunta, col suo strascico dei dugento mila franchi, fu inteso subito; esso formò l’ammirazione incondizionata di Cecchino; fece sorridere il cuoco, che aveva creduto più ricca la padrona, corrugò il sopracciglio dello stalliere, lasciò intatta la faccia rasa di Pantaleo.

E il dottor Larucci continuò a desolarsi così:

«Voglio che tutti i miei gioielli appartengano alla contessa Beatrice, mia nuora, coll’obbligo di portarne sempre qualcuno, anche quando non saranno più di moda.»

Il notaio Parolini a questo punto intervenne per dimostrare alla contessa Beatrice che l’obbligo, di cui parlava la testatrice, si doveva intendere cum sale discretionis, cioè come una preghiera fatta in modo scherzoso, ma che non poteva avere valore legale. La contessa Beatrice aveva lo sguardo fisso sul marito, e lo voltò un momento verso il notaio per ringraziarlo.

Il dottor Larucci tirò innanzi:

«Al mio caro amico Ambrogio Cima lascio l’orticello Giuncheddu che posseggo in Sorso, oppure una somma di lire cinquemila in denaro, a sua scelta. Ognuno de’ miei servi avrà alla mia morte lire mille; i miei servi sono cinque: Giovanni Menichi cuoco, Stefano Gabutti stalliere, Pantaleo Pantalei cocchiere, Francesco Diodato domestico, Cecchino Misirolli sguattero.»

Era curioso vedere la trasformazione delle faccie dei servi, man mano che venivano nominati; l’allegrezza del legato, che era difficile nascondere, cercava per dimostrarsi una via indiretta, e la trovò all’ultimo, quando fu pronunziato il cognome di Cecchino Misirolli. Misirolli! Chi aveva inteso mai un casato così burlesco? Era impossibile star serii, ne conveniva lo stesso Cecchino, il quale fece anch’egli la faccia da ridere.

La contessa Beatrice sorrideva guardando i suoi servi, segno che si godeva quella scena; e Annetta esagerava il proprio godimento, sorridendo a bocca aperta, ma coll’orecchio teso verso il dottor Larucci.