«Alla mia cameriera Annetta Baroni, lesse il notaio, (e una melanconia profonda oscurò improvvisamente la faccia della protagonista del legato), alla mia cameriera Annetta Baroni lascio tutti i miei oggetti di vestiario e un regalo di lire mille in denaro.»

«Desidero che il mio corpo abbia sepoltura in Sardegna.»

«Ordino che al mio funerale intervengano tutti i poveri della parrocchia, i quali riceveranno la torcia e un’elemosina.»

«Lascio alla parrocchia di S. Francesco lire mille, da essere spese in tante messe per la salute dell’anima mia.»

A questo punto Geromina, l’unica persona rimasta in anticamera, si affacciò all’uscio e agitò la mano cercando evidentemente di chiamare l’attenzione di Ambrogio, che la vide ed accorse per non disturbare la testatrice. La quale, per bocca del dottor Larucci, conchiudeva nella massima desolazione, invocando il perdono dei peccati dagli uomini e da Dio.

Il vecchio Ambrogio non si fermò sull’uscio ad ascoltare, ma spinse Geromina nell’altra sala, e allora soltanto intese con raccapriccio che si era radunato in cortile un esercito di poveri della parrocchia, e che un signore aspettava da mezz’ora nella gran sala. Nella gran sala? Un signore? Chi?... Il signor Cilecca!

Egli era là, come in casa sua; andava in giro per la gran sala con una nota in mano, riconoscendo ad uno ad uno i mobili che gli appartenevano. E faceva ogni tanto qualche scoperta dolorosa, il pover’uomo; già aveva notato la cornice d’un quadro scrostata in un angolo, e Ambrogio lo trovò curvo a guardare fra le gambe torte d’una mensola, a cui mancava un piccolo fregio di bronzo.

— Signor Cilecca! disse il vecchio dall’uscio.

— Signor Ambrogio! rispose l’intruso senza voltarsi; qui manca un riccio di bronzo; l’avranno messo da parte, spero...

— Signor Cilecca! ripetè Ambrogio.