— Un negozio...

— Lei ha comperato una gran parte dei mobili; ma il quartierino della contessa Beatrice e del conte Cosimo, lo sa bene, non sono entrati nell’affare — se verrà deciso di vendere ogni cosa, lei sarà il primo offerente, forse il solo...

Cilecca tentennava ancora.

— Che premura ha? insistè Ambrogio.

— Che sicurezza ho? chiese bruscamente l’uomo di affari — nei mobili il possesso equivale a titolo fino a prova contraria; lo sa lei questo, signor Ambrogio? Se vi sono altri creditori, se qualcuno si fa innanzi prima di me e mette le mani sulla mia roba, mi toccherà fare una lite di rivendicazione...

Ambrogio confortò l’animo pauroso di Cilecca con poche parole.

— Se qualcuno avesse potuto ottenere il sequestro della roba, l’avrebbe fatto prima d’ora — il padrone di casa è pagato fino a S. Michele, creditori in Milano non ce n’è; glie lo assicuro io; gli altri creditori si sono rifatti col patrimonio, in Sardegna.

Dopo molto discutere, Cilecca si rassegnò ad andarsene; ritornerebbe fra un paio di giorni, se pure Ambrogio non lo mandasse a chiamare prima per quell’altro negozio, come prometteva.

— Ho un cuore anch’io, annunziò due volte, ma ignorantissimo di anatomia, come deve essere un uomo d’affari, metteva il dito sulla regione epigastrica.

Nel passare davanti al camerino del portinaio, chiamò il brav’uomo con un cenno, e gli disse: