Cadeva il giorno; il disco del sole ingrossato e rovente, sospeso sul limite estremo dell’orizzonte, era già roso dal mare; pochi minuti dopo, di tutti i riflessi rossigni che giungevano, sull’acqua e sull’aria, dall’uno all’altro orizzonte, non ne rimaneva più alcuno sulle onde; nel cielo qualche cirro vagante raccoglieva ancora una pennellata di sangue; poi si cancellarono anche quelle tinte, e solo un bagliore, come riflesso d’incendio lontano, persistette lungamente nell’aria. A levante l’azzurro si era oscurato, e il mare aveva preso una tinta bigia uniforme. Cominciò allora la corsa scapigliata dei delfini, che giungevano a frotte spingendo in aria zampilli di acqua e presentando ora il dorso nero ora il grosso muso ai viaggiatori.
Angela li credette balene, e Annetta, che le si era posta accanto, non la tolse dall’errore.
Quei monelli del mare accompagnarono un tratto la Lombardia, poi mutarono gioco, si rituffarono e sparvero.
— Peccato! disse Angela.
Poco dopo era notte; la campana di quarto diede tre tocchi; un vecchio marinaio venne a prendere il timone, in vece del suo compagno; ritto sulla piattaforma un uomo che pareva un fantasma dava ogni tanto un ordine entro un portavoce; i fanali di posizione salirono lentamente in cima agli alberi. Poi fu un gran silenzio. Girando gli occhi per lo spazio nero, Angela s’avvide d’essere rimasta sola.
Allora trasse di tasca un ritratto, lo presentò al raggio del lampione dell’albero maestro e lo guardò lungamente.
— Angela! chiamò la voce di Silvio, Angela, che fai? La notte è fredda, soffia un po’ di tramontana... Scendiamo.
Angela nascose il ritratto e scese con suo zio.
Cosimo continuò a passeggiare sul cassero.
La gran voce del mare non gli dava ancora un consiglio.