— Signor conte... balbettò costui, voltandosi; e soggiunse, comprendendo la dimanda che era nello sguardo del giovine: vuol vederla.... non vi è nulla di male.... diremo che è un medico: la signora contessa non lo conosce...

Cosimo non era tranquillo.

— E Beatrice, che l’ha visto poco fa? disse — ma un sorriso tra amaro e melanconico balenò sulla sua faccia patita — Beatrice non capirà nulla! sospirò fra sè.

Ambrogio picchiò due colpi all’uscio; si udì una vocetta che disse: avanti — la porticina girò silenziosamente sui cardini, ed i tre uomini si affacciarono all’ingresso di un’ampia sala da letto.

— Mi raccomando, disse Ambrogio all’orecchio del Cilecca, il quale continuava a cercare una smorfia capace di trattenere l’occhialetto per sempre, le tocchi il polso e non dica altro.

II.

Il dottore... balbettò Ambrogio facendo un passo di fianco per lasciar passare il suo compagno; mentre il conte Cosimo rimaneva sull’uscio. E il dottor Cilecca passò, senza la minima ombra di sussiego dottorale, ma dando un’occhiata dottissima tutt’intorno.

Nel fondo della camera, entro un baldacchino di damasco giallo, si vedeva un letto antico a colonne, e quivi una massa bianca, un corpo sollevato a mezzo sopra un monte di cuscini, e più su un’acconciatura cremisina, che spiccava dal fondo giallo. La faccia scolorita ed immobile della giacente si confondeva quasi col damasco. Al capezzale del letto stava un’infermiera mezzo addormentata, e in faccia a lei la contessa Beatrice, in piedi, col capo voltato verso l’uscio e una gran curiosità negli occhi.

— Che cos’è stato? domandò quando Ambrogio le fu vicino.

— Un medico... balbettò il poveraccio, facendosi rosso rosso.