Rimasero un poco colle mani allacciate, stretti l’uno all’altro; nel fondo nero brillava la luce d’un faro, e per i mobili solchi del mare correva una parola d’amore.
A Cosimo, che sebbene umiliato per non aver saputo leggere nell’animo di sua moglie, era felice oltre ogni suo desiderio, quel silenzio pesava; ed egli tentò più volte di romperlo, ma ogni volta Beatrice gli strinse la mano per raccomandargli di tacere; e Cosimo taceva un poco volendo rispettare quel capriccio, poi ritentava.
— Non voglio, disse in ultimo con forza, non voglio che tu creda il disastro peggiore di quello che è veramente; tu devi sapere che cosa ci proponiamo di fare. Quando saremo in Sardegna...
— Quando saremo in Sardegna, interruppe Beatrice, ritrovando il suo accento scherzoso d’una volta, me ne parlerai. Oggi non volevo da te, altro che la confidenza; mi darai il conforto più tardi.
Cosimo baciò in fronte sua moglie, ed accettò il proprio castigo. Veramente egli non aveva ancora il diritto di far la parte di confortatore; misurando la nuova forza che era entrata nel suo cuore, dopo la confidenza strappatagli da quella donnina senza giudizio, egli vedeva la debolezza della propria natura, e sentiva che fra loro due, le parti dovrebbero essere in avvenire così divise: a lui il lavoro inquieto del pensiero e del braccio, a Beatrice la vigilanza serena del cuore.
Cosimo quella notte stentava a pigliar sonno; sdraiato sul suo lettuccio tenne lungamente la faccia appoggiata al vetro dello sportello, al quale ogni tanto si affacciava un’onda curiosa; poi si voltò sul fianco, tirò la cortina che lo separava dalla sala comune, e fissò gli occhi sulla lampada a bilico che si dondolava e strideva, cercando inutilmente di spegnersi. All’ultimo non seppe più stare entro il guscio in cui si era cacciato, e ne scese per andarsi a sdraiare sul divano che correva tutto in giro alla sala. Beatrice lo aveva prevenuto; essa era là, sembrava dormire, ma quando suo marito, guardandosi intorno per paura di essere colto dal cameriere, si chinò a deporre un bacio su quella fronte serena, Beatrice, senza aprire gli occhi, gli disse: dormo!
Allora Cosimo si buttò sul divano dirimpetto, e volle dormire ad ogni costo. Ma il suo cervello faceva un lavorio inquieto, e il suo cuore era pieno d’una festa tranquilla che era un peccato non guardare ad occhi aperti. Finì col dire a sè stesso: Quando si è felici perchè dormire? E allora dormì davvero.
Svegliandosi si trovò solo. La dolce sembianza di sua moglie, su cui aveva fissato gli occhi prima di chiuderli al sonno, era scomparsa. Sul suo capo si faceva un gran rumore di passi; dalle vetrate del boccaporto scendeva una luce velata, mentre dagli sportelli laterali entrava il vivido sole. La lampada si dibatteva ancora sebbene fosse spenta, e Cosimo sentiva l’impressione d’essere ogni tanto strappato dal suo giaciglio. Egli ebbe queste sensazioni senza badarvi, perchè il suo pensiero corse subito a ricercare il tesoro abbandonato nella notte. Per ritrovarlo intero, per sentirlo suo, gli bisognava veder Beatrice; balzò in piedi, con due colpi di spazzola e di pettine ebbe sbrigato la sua abbigliatura; salì sopra coperta.
Qui ferveva una grand’opera di lavatura; un marinaio gettava secchi d’acqua marina sul ponte, e un altro dimenava come un ossesso una robusta scopa, accompagnando l’acqua negli ombrinali per restituirla al mare; un altro marinaio lavorava da un poco ad ottenere che una maniglia d’ottone luccicasse come oro, e un altro, gettato bocconi entro uno dei canotti di salvataggio, col capo sporgente e le braccia penzoloni, metteva una pennellata di nero sopra una scrostatura della vernice.