Mancava Cecchino. Il poveretto, solo della brigata, pativa il mal di mare e giaceva pallido e sbattuto sopra un mucchio di cordami.
Lo si vedeva seguire senza sorrisi le smorfie grottesche di due saltimbanchi, che davano ai loro compagni di viaggio una mostra gratuita della loro abilità, accaparrando gli applausi per una prossima rappresentazione. Uno di costoro specialmente destava l’ammirazione, e se la meritava. Era alto un metro, e sopra due gambe corte e polpute faceva ballonzolare una ventraia inverisimile ed un testone massiccio; non pareva avesse petto e forse non aveva collo; coperto di una maglia rosea e coi calzoncini serrati alle cosce, doveva offrire uno spettacolo bizzarro.
Pure quell’uomo così male architettato si mostrava contentone di sè, perchè la sua architettura stramba era il suo pane. Mentre il suo compagno, un giovinetto tutto nervi, lo sollevava lentamente con ambe le braccia, gridandogli: «Battistone vogliamo andare ancora più su? Vogliamo toccare l’aria col dito?» — la faccia di Battistone era tutta bocca per sorridere; e quando fu giunto alla massima altezza, cioè sugli omeri del compagno, allungò il dito «per toccar l’aria» con uno sforzo così comico, che fu a prua una gran risata. Ma allora il suo compagno si ritirò prontamente, e Battistone cadde in piedi, pigliando un atteggiamento da silfide.
Lo stesso Cecchino dimenticò il mal di mare per ridere. Il nano ricevette gli applausi del suo pubblico con mille moine, girando sopra una gamba sola come una trottola, e s’arrestò a guardare sopra la piattaforma di poppa. Rimase così un poco, a bocca aperta, poi salutò sberrettandosi.
— Saluta noi, disse Angela.
E siccome Battistone continuava a salutare, la contessa Beatrice volse gli occhi da un’altra parte, poi si scostò dal parapetto. Silvio le stava ancora al fianco, ma suo marito era scomparso.
Due ore dopo, quando la campana chiamò i viaggiatori ad asciolvere, Cosimo colse un momento in cui immaginava che nessuno lo vedesse e si portò a prua. La prima persona che gli venne incontro fu il nano.
— Signor conte, gli disse, è proprio lei? Se ne ricorda ancora di Battistone?
— Battistone, gli rispose Cosimo, che vai a fare in Sardegna?
— Vado ad Oristano, vado; sono scritturato come primo clown buffo da una compagnia equestre, che fa la prima piazza... Si sa, bisogna aiutarsi a vicenda; è un amico che ha fatto qualche risparmio, il signor Alfonso, se lo ricorda? quello che cavalcava a dorso nudo, un bravo ragazzo; ora ha messo su compagnia e cavalli; lavora in una baracca di legno, ma fa quattrini! Gli mancavano due clowns, si è ricordato di me, e mi ha scritto; ho preso meco un altro bravo ragazzo, e sono qua. E dica un poco, lo sa che la Cesira ha fatto una caduta ed è rimasta zoppa? Sicuro, ha dovuto rinunziare all’arte; dicono però che ci abbia uno che la soccorre...