— Battistone, interruppe Cosimo, buona fortuna!
— Grazie; e dica un poco, lo sa che la Cesira ha avuto una bimba? Sicuro ha avuto una bimba, che è nell’arte, e lavora anche bene...
— Battistone, interruppe il conte un’altra volta, bisogna dimenticare il tempo passato.
Battistone alzò il capo a guardare il conte, e lo chinò subito per dir di sì. Il conte gli aveva messo in mano un fogliolino, che spiegava ogni cosa.
Il conte Cosimo scese subito a raggiungere i compagni. Erano tutti a mensa, mancava Beatrice.
— Eccomi! annunziò essa allegramente venendo alle spalle del marito. Sono ripassati i delfini.
— Ecco Castelsardo! annunzia una voce. E i passeggieri di poppa si radunano a bordo a guardare quel nido umano costrutto sopra una rupe, d’onde una razza forte, posta come a sentinella dell’isola, sembra chiedere al mare inquieto i destini della povera abbandonata.
Castelsardo, colle sue case bigie, che si alzano una alle spalle dell’altra, per vedere chi giunge da altri mondi, ferma per un poco l’attenzione; poi il crocchio dei passeggieri si discioglie e si sparpaglia in cerca d’altre vedute. «Quella è l’isola dell’Asinara, annuncia una voce, e quei monti laggiù sono la Nurra.»
Ma Angela e suo zio non istaccano gli occhi dal paesello che si allontana. È entrata nel cuore di Silvio una specie di tenerezza filiale per la terra che lo ha visto nascere; gli si riapre dinanzi alla mente il vecchio libro della sua gioventù; guardando quel greppo povero e forte, attraverso un velo di lagrime che non sgorgheranno, gli si avventano al cuore memorie dolci e crudeli. Ecco il castello diroccato, nei cui androni scoperchiati egli dava la caccia alle lucertole, e tendeva le trappole ai gufi; ecco la campagna verde, per cui s’aggirava collo schioppo armato, abile e pronto cacciatore egli pure quanto suo fratello, ed ecco il greto sassoso dove scendeva a far bottino di conchiglie.