— Ve lo dirò io. Essa portava il lutto per sua madre e gli abiti d’una poveretta, io invece sono una gran signora e non vesto il bruno.... La madre di Grazietta non era mia madre....

— Comprendo....

— Non ho scampo, disse ridendo Agnese; vi debbo la storiella; non è il mio forte contar le storielle, ma se ci tenete, provo.... Una volta ci era.... Che cosa ci era una volta?

— Un follettino di fanciulla, alto così, che si chiamava Agnese....

— Volete che la pigli da lontano. Non importa, correrò di più ed arriverò presto egualmente. Dunque una volta ci era un follettino di fanciulla alto così, che si chiamava Agnese; aveva inteso parlare della mamma buona e bella, che era morta nel metterla al mondo; viveva col babbo, il quale era pittore e le disegnava delle figurine per farla felice. Fra queste figurine ce ne fu una che rappresentava una giovine donna dalla faccia buona e bella — La mamma? — disse Agnese tirando ad indovinare — Sì la mamma, le fu risposto, ma non quella che è morta, un’altra. Qualche tempo dopo, l’altra venne. Agnese la guardò bene, la riconobbe — era proprio lei, ma non volle baciarla. Più tardi la baciò, perchè era buona anch’essa la mamma viva. E un’altra volta il babbo mostrò ad Agnese un’altra figurina, ma non dipinta, dicendole: «questa è tua sorella.» — Mia? — Tua. — Ne posso fare tutto quello che voglio?.... Quella figurina, di cui Agnese non poteva fare tutto quello che voleva, era Grazietta. La faccenda delle figurine fin qui andava bene per Agnese e per il babbo, perchè ci erano tanti e tanti fanciulloni colla barba che pagavano caro per avere la propria. — Venne il 59, i fanciulloni cambiarono gioco, ed il povero pittore di figurine fu prima ridotto a mancar di lavoro, poi a mancar di pane. Si accorò tanto degli stenti della sua famiglia, che quando cessò la guerra egli era ammalato; levandosi da letto, si vide in una rete di debiti, di scadenze, di usure.... Per uscirne pensò questa: stemperò una certa sua tinta e la bevve. Alcune ore dopo la piccola Agnese entrava nello studio del babbo.... Che quadro!....

La fatuità, con cui era incominciata la storiella, finiva in cinismo, ed il cinismo in un rantolo.

«La fola non è terminata, ripigliò a dire Agnese; mio padre agonizzava; volli gridare, mi fè cenno di star zitta, mi prese per le mani e me le strinse forte e mi baciò sulla bocca disperatamente e mi disse: «Dirai alla mamma che mi perdoni, e tu pensa qualche volta al babbo; non avevo più forza di vivere.... ed ora mi pare che l’avrei.... ma è tardi!» Non disse altro. Gridai, accorse la mamma colla bambina in braccio: all’orribile spettacolo cadde bocconi sul cadavere. Grazietta le sfuggì di mano, io la raccolsi e come istupidita la cullai perchè cessasse di piangere. Per molti anni vidi pianti e miseria intorno a me; solo io non aveva lagrime; pensavo spesso a mio padre, che aveva offerto dei bei quadri in cambio di pane pella sua famiglia, e che aveva finito col buttar via i pennelli e la vita; e mi pareva quel morto il solo uomo degno di vivere, e della vita di lui ladro ogni altro vivente; e più le altre memorie del passato si cancellavano, e più quella di mio padre si faceva tenace. Grazietta era pallida e patita come sua madre, ma somigliava a lui — l’adorai; avevo nove anni più di essa; quando sua madre stava a letto colla tosse, facevo io la mamma. Si tirava innanzi vivendo di pane e di lagrime — io non piangeva. M’ero fatta grande, mi ero fatta bella; quando uscivo di casa e tutti me lo dicevano, rispondevo «lo so». — Mi piacevano le vesti di seta, i gioielli falsi, gli orecchini di similoro; mi era caro stordirmi, odiavo la miseria, abborrivo un lavoro penoso pagato d’elemosina.... Mi venne offerto dell’oro.... La storiella è terminata. Vi ha divertito?»

E siccome Corrado non fu ratto a rispondere, Agnese ripigliò: «Sbagliavo, ce n’è ancora. La povera vedova, a cui ora mi ripugnava dare il nome di madre, venne in traccia di me; mi scongiurò perchè tornassi con lei; aveva delle ingenuità da fanciulla quella donna, mi parlò della virtù del sagrifizio, dell’amor di Dio e del prossimo — io le parlai di mio padre, che era stato virtuoso ed aveva domandato a Dio di spendere la vita per i suoi figli.... «Grazietta ha 14 anni, le dissi, e il prossimo aspetta solo che ne abbia 16.» Diede un grido, mi guardò con terrore.» Lo vedi, soggiunsi, lo vedi! Ebbene, la salverò io Grazietta; il vizio vuole la decima sulla bellezza coperta di cenci: sono bella, pago io; vestirò io di seta perchè Grazietta porti onestamente i suoi cenci; fra qualche anno non sarebbe più tempo, il mondo ci vestirebbe di seta tutte e due.» Ah! lo sguardo di pietà e di paura che mi rivolse! Non disse nulla, se ne andò stringendosi al petto lo sciallo nero, senza voltarsi. Al domani sloggiò per sfuggire le ciancie del vicinato. Due giorni passati senza vedere Grazietta non mi lasciarono aspettare il terzo. Uscii, cercai di lei, sfidando le dicerie, la trovai. Sua madre mi vide la prima, mi venne incontro, voleva dirmi qualche cosa, ma Grazietta era presente, tacque. Nel baciare mia sorella, il mio unico affetto, la sola cosa santa che avesse per me il mondo, sentii che arrossivo. Mi fece cento domande: risposi cento menzogne: dissi d’essere governante in una ricca casa, promisi di venire a vederla spesso.... Mentivo con sicurezza — era il mio dovere — nello sguardo della debole madre, che tenevo immobile sotto il mio sguardo, lessi una tacita approvazione. Senza dir parola, fu convenuto che io venissi; non sarei stata respinta. Grazietta doveva rimanere innocente; sua madre si faceva mia complice per aiutarmi ad ingannarla. Ad ogni nuovo incontro con mia sorella, erano nuove domande, erano nuove menzogne. La madre mi guardava fisso, senza mai dirmi parola; la sua debolezza divenne la sua forza; a poco a poco, sotto quella ripugnanza implacabile, mi sentii venir meno. «Come stai?» le chiesi un giorno. Non mi rispose. Stava male. — E il dì dopo insistetti: «Come stai?» «Che t’importa di me?» mi disse. Era vero. Che m’importava di lei? Se mi fosse stata a cuore, non le potendo nascondere la mia vergogna come a Grazietta, sarei morta onestamente di fame. Al terzo giorno la povera donna soffriva di più; Grazietta aveva gli occhi rossi, mi disse in segreto che non ci erano denari in casa per una medicina ordinata alla mamma. Le diedi uno scudo. Essa corse nell’altra stanza per mostrarlo a lei; io, temendo che tornasse a restituirmelo, fuggii. Alla sera, coll’ansia che le mozzava il respiro, l’inferma venne da me, mi pose in mano la mia moneta, mi disse «grazie» con un filo di voce. Non feci atto per trattenerla. Quella notte non dormii. Al giorno successivo andai in casa; la mamma era a letto colla febbre; allontanai Grazietta, mi feci presso al capezzale dell’inferma, le chiesi perdono, la scongiurai di lasciarmi venire ad occupare il mio lettuccio di fanciulla. Le feci mille promesse che sapevo di non poter mantenere. Mi guardò, pianse. Il giorno dopo facevo l’infermiera d’una moribonda. L’agonia dei tisici è lunga; le mie vesti ed i miei gioielli — si consumò tutto. Un giorno il medico aveva ordinata una medicina da prendersi al mattino, e non avevamo un soldo. All’alba andai al lettuccio di Grazietta; era uscita; tornò mezz’ora dopo, portava la medicina, era ricca! Narrò che era andata a vendere i suoi capelli, che le avevano voluto dare venti lire e.... il resto. Alcune ore dopo, la povera inferma era morta. Dinanzi a quel cadavere muto, indifferente, sentii una immensa pietà per Grazietta, che piangeva in un canto — io non aveva lagrime.

Tacque; poi ripigliò senza alcun tremito nella voce:

— Era necessaria una nuova menzogna; trovai questa: un parente di mia madre, arrichito nel commercio, mi voleva seco per tenergli in ordine la casa. Grazietta ci crede ancora, non ha mai visto il mio parente e lo benedice. Le ho raccomandato di non dire a nessuno che è mia sorella. Mi ha chiesto perchè; credo d’averle risposto che ciò potrebbe far dispetto all’uomo pietoso che mi ha raccolta. Ci crede? Obbedisce, e basta. Non saprà almeno da altri il mio stato, non cadrà sopra la sua innocenza nemmeno l’ombra della mia vergogna.