Nelle poche ore passate insieme, Valentina e Grazietta erano diventate amiche; la signora dava già del tu alla signorina, eccitandola a fare altrettanto, e la signorina si provava, sbagliando sempre.
«Mettiti in capo ch’io sia la mamma; non è poi molto difficile, mi pare, con un po’ di buona volontà; io ho trovato così facile persuadermi che tu sei mia figlia.... e sì!.... non dovrei sapere che sia l’aver figli, non ne ho mai avuti!
Grazietta avrebbe potuto rispondere che ella invece sapeva che fosse l’avere una mamma, e che appunto perciò.... ma si accontentava di dire sorridendo:
«Mi provo!» E si provava, sbagliando sempre, ingegnandosi di fare le interrogazioni in modo indiretto, usando mille cautele per evitare i pronomi personali e certe costruzioni pericolose.
— Questo canterano starebbe bene qui, diceva la signora Valentina; non pare anche a te Grazietta?
— Benissimo.... e il tavolino da lavoro accanto alla finestra.... non è vero?
— Verissimo.... e il tuo canarino?
— Non sarà meglio metterlo insieme agli altri?
— Sarà meglio sicuro, così avrà qualcuno con cui far quattro ciancie.... Oh! bada un po’, quest’altro tavolino nella tua camera non ci sta.... Dove lo metto?
— Lo met... tiamo nell’altra....