Febbraio era stato mite, e negli ultimi giorni anticipava alla campagna i tepori di marzo; la natura, già uscita dal sonno invernale, aveva aperto lo scrigno inesauribile; ogni pianta mostrava le sue gemme, nei solchi, fra due filuzzi di neve scintillanti al sole, si affacciava il primo verde.

Era vasto l’orto, il prato era immenso, e più oltre la campagna, solcata da filari di olmi o di gelsi, pareva uno scacchiere infinito; più lungi ancora, dietro un velo di vapori, i bei giganti canuti! Quale incanto! Grazietta aveva passata l’infanzia in un ammezzato, e quasi non credeva che da Milano si potesse godere uno spettacolo così bello. E chi l’avrebbe detto che in Via Lesmi c’era un paradiso simile?

Agnese imitava la fanciulla, chinandosi a guardare un insetto, un filo d’erba, un germoglio, cercando anch’essa colla medesima curiosità ingenua..., che cosa?... ed era bello veder quelle due teste bionde riavvicinate, quei due volti così diversamente leggiadri, animati dallo stesso affetto.

«Ah!

— Che è stato?

— Una viola!

Grazietta, che l’aveva trovata, era nel suo diritto mettendola fra i capelli della sorella. «Stanno bene le viole nei capelli biondi.» Agnese lasciò fare, lasciò dire, e sorrise melanconicamente.

«Come sei bella!» esclamò Grazietta.

Fecero il giro del prato, tornarono all’orto.

«Vedi, disse Agnese; fra tre settimane al più avrai di bei fiori.... vedi....