— Sono di buon gusto — dice Fanny.
— Anche questo buon gusto non è mio, è il gusto del tappezziere che me li ha venduti.
— E qual era il tuo?
— Quello del tappezziere!...
— È un indovinello!
— Può essere.... Una notte torno tardi, ho dimenticato la chiave.... picchio.... il portinaio si leva da letto per aprimi, si sberretta e si scusa d’avermi fatto aspettare, mi fa lume e mi dà la buona notte tremando dal freddo. Io, che ho bevuto lo sciampagna ed ho quasi caldo, penso: «gliel’ho fatta, non se n’è accorto, nessuno ancora gli ha detto che egli ed il mio vecchio Antonio sono i padroni di casa e che fanno male a sopportare un inquilino bisbetico come me!» Quella fantasia mi ritorna qualche volta.... allora attraverso le stanze come se mi fosse vietato fermarmi, tocco gli oggetti appena, mi guardo negli specchi alla sfuggita e sono tentato di ringraziarli dell’incomodo che si pigliano di riflettermi; le pareti mi paiono fredde, le vôlte sorde, i tappeti muti.... gli amorini delle tappezzerie aspettano ch’io sia passato per farmi le beffe, e ripigliano la loro positura se mi volto colla faccia buia.... passo oltre, e mi gridano dietro: «vattene, vattene, vattene!» Me ne vado. Esco all’aperto, respiro — sono finalmente in casa mia!
Corrado ha parlato con una leggierezza di tono, che contrasta colla melanconica gravità del suo sguardo, e quando ha finito prova una risata secca, nervosa, che non inganna l’amicizia indagatrice d’Aniceto.
— Caro mio, dice costui dopo un istante di silenzio, lo vedi: nessuno ride; gli è che la tua risata non ha il numero delle vibrazioni che fa le risate genuine. Lasciatelo dire: tu manchi di sincerità; ti annoi, protesti di non mettere divario tra anfitrione ed invitati, e poi per tenere allegri gl’invitati ti credi in dovere di fare una contrazione delle labbra ed un rumore, e darceli per un impeto di....
— No, no, no, interrompe Corrado, tu sbagli, non è per voi ch’io rido. Che ne sai tu se questo riso, che per te è solo il rumore di una moneta falsa, non eccheggi come una musica qua dentro?... Si comincia dallo spirito di convenzione, dal riso che non è riso, dalla ciancia sbadata, e qualche volta si arriva allo spasimo dell’allegria. Mi provo, ecco.
— Ebbene, sarò io schietto, prorompe Aniceto con voce solenne; tu ci nascondi qualche cosa, realtà o fantasima, non so bene, ma inclino a credere fantasima.