Il giorno successivo, verso il mezzodì, Corrado si levò da letto, si lasciò cadere sulla poltrona e volle che gli si radesse la barba. Antonio non riceveva mai quest’ordine, che gli toccava trasmettere a Proto, senza arrabbiarsi della propria ignoranza: gli piangeva il cuore di vedere quel ragazzaccio melenso cacciar le dita nel collare del padrone, piantargli le manaccie nel viso senza ombra di riguardo, tanto più che Proto non si accingeva mai all’ufficio delicato senza fare un sorriso di compiacenza, che gli fendeva la faccia in due, e senza dire all’orecchio d’Antonio: «State a vedere con che grazia lo piglio per il naso.»
Il vecchio avrebbe dato non so che per non vedere un orrore simile, ma non si sapeva staccare dalla camera, e sol che potesse, faceva da testimonio. Allora Proto insaponava il volto di Corrado, poi si scostava per affilare il rasoio, per toccar qua, là, senza far nulla, sempre colla sua faccia melensa spartita in due dal sorriso di beatitudine. Qualche volta diceva:
«Antonio, fatevi in là, mi togliete la luce.
Antonio obbediva senza fiatare, aspettando che Proto avesse finito per pigliarlo in disparte e dirgli a quattr’occhi con un accento solenne: «Canaglia, tu finirai male.»
Quel giorno adunque, verso il mezzodì, Corrado si fece radere da Proto, poi stette una buona ora allo specchio, adoperò acque, unguenti, spazzole e spazzolini, infilò guanti freschi ed uscì.
«Scommetto che vuol farsi una nuova innamorata! osservò Proto.»
Il vecchio rispose con un’occhiata severa, senza riuscire a chiuder la bocca all’impertinente.
E l’impertinente aveva ragione. Corrado quella notte aveva patito d’insonnia, si era domandato invano per qualche lunga ora che cosa mai gli mancasse, ed aveva finalmente risposto che gli mancava l’innamorata, che il posto occupato dalla bruna Fanny era vuoto, e da otto giorni almeno non doveva essere, e che Agnese era bionda e superlativamente bella.
Andò dunque difilato in via Solferino, N. 9, salì le scale, entrò; gli fu detto d’attendere in salotto; attese.
L’ampia camera era tutta illeggiadrita di fiori; pareva un tempio preparato per un rito amoroso; vi erano due camelie bianche nei vani delle finestre, giacinti in fiore sulla caminiera, e sulla tavola di mezzo un vaso di porcellana con una ghirlanda di puttini, che mettevano insieme tutte le loro forze per reggere un enorme mazzo di viole mammole. Che voluttuoso languore nella luce temperata, nel contrasto delle tinte, nelle varie onde di profumi che s’incrociavano nell’aria!