— Ragazzo mio, sì, ce n’è uno. Ma se a trentasette anni ti sei buscato un primo reuma che ti prometta un’artritide, se sei ingrassato troppo e temi la gotta, allora sei spacciato; le pareti della tua casa ti paiono fredde, le volte sorde, i tappeti muti; temi di disturbare il portinaio, il servitore e gli specchi; la tua casa non ti par più tua; odi la beffa delle tappezzerie, gli amorini ti dicono: «vattene....» e tu te ne vai, corri dall’ebanista, gli ordini un talamo di palissandro, fai la tua scelta nella veglia, ed il mattino successivo mandi ad offrire la tua mano ad un’educanda che tutta notte ha sognato un angelo sotto le cortine bianche del lettuccio del dormitorio. Fai quel che si dice un «matrimonio per paura.»

— Baje! dice Filiberto, quel matrimonio si fa alla tua età, quando si mette il piede nella sessantina.

— Ti avverto che ho quarantasei anni.

— È la tua opinione, non la discuto: dispero di convincerti.

— Così, conchiude Aniceto fingendo di non udire, così per guarire la gotta si accetta il matrimonio.

— Come per guarire la tisi si piglia l’arsenico, nota il Domenichino sbadigliando.

— Colla differenza, aggiunge Felice, che chi piglia l’arsenico per guarire la tisi muore di tisi....

— Mentre chi fa matrimonio per guarire la gotta, si ammala di matrimonio, dice Barbara.

Fanny non dice nulla, ha gli occhi fissi in volto a Corrado, il quale guarda ad uno ad uno gli ospiti suoi, Fanny eccettuata.

— Che cosa vuoi concludere con queste ciancie? domanda l’anfitrione.