Venne Filiberto, vennero altri ed altri; a ciascuno Corrado diceva la sua; invece di esporsi bersaglio a motteggi, ad illusioni, preveniva gli amici. Si fu d’accordo nel risalutare in lui il Corrado dei tempi migliori, lo si paragonò alla pecorella smarrita della parabola, e l’ovile non fu mai così chiassoso.
Era già notte tarda, ed uno ancora mancava — Felice.
— Manca Felicino; osservò Corrado.
— E non verrà; gli è bastato sapere che tu eri innamorato per credersi in diritto d’innamorarsi anche lui; si è accorto che ti serbavi fedele alla tua Grazietta, ed egli argomentò che era lecito a lui pure essere fedele! Disse a sè stesso: «Felice! se fé.... lice, tu sei felice!» Deplorabile virtù del mal’esempio!
Tutto intento a guardarsi intorno per raccogliere il prezzo del suo bisticcio, Aniceto non vide l’improvviso pallore, che coprì il volto di Corrado, nè la premura con cui cercò di nasconderlo gettandosi innanzi due buffi di fumo.
Diradatosi il nugolo, Corrado riapparve sereno come prima.
— Aniceto, tu mi regali un’innamorata; non so che farmene.... ma dove sei andato a stanarla questa tua.... come la chiami?....
— Statelo a sentire l’ingenuo! Non ci hai forse contato tu stesso la storiella dei capelli biondi nella bottega del parrucchiere famoso? Non ce l’hai dipinto tu stesso il visino da madonna di Grazietta?...
— To’! È vero! esclamò Corrado battendosi la fronte. Bravo Aniceto! Vai perdendo i capelli, ma ti rimane la memoria....
Aniceto non l’udì nemmeno; il genio dei bisticci lo baciava in fronte.