— Peccato! esclamò all’improvviso.
— Che cosa? disse Corrado.
— Peccato che la tua Grazietta non si chiami Crazietta o Cristina.
— Davvero?
— Davvero; perchè nel tuo nome avresti potuto leggere il tuo destino: Corrado — «adoro Cr....»
— Buona! disse Corrado, ma è venuta troppo presto — bisognava aspettare che m’innamorassi d’una Cristina. Oh! Aniceto, perchè non dai retta al tuo nome? perchè non li conservi i tuoi bisticci? Oh! Aniceto, perchè non li metti in aceto?
Risero tutti, tranne Aniceto, il quale venne a stringere la mano di Corrado e ad assicurargli che aveva fatto un capolavoro.
Mezz’ora dopo, scioltosi dagli amici, Corrado si diresse a casa sua; ma andò oltre il portone, attraversò quella via ed un’altra, a passo prima spedito, poi man mano più lento, finchè giunse nella via Lesmi; allora, scavalcando una siepe, si cacciò in un campo. Stette in ascolto: non passava nessuno; non si udiva alcun rumore. Rasentando il muricciuolo, fece il giro del recinto, si arrestò dinanzi ad una piccola cancellata e pose la testa fra due sbarre. A poco a poco distinse gli alberi ancora nudi, un sentieruolo, in fondo in fondo la casa biancheggiante ed i vani neri delle finestre del primo piano. Una luce mobile balenò all’improvviso in quei vani; qualcuno saliva dal piano terreno, poi la luce divenne più viva e si fissò come una stella nella camera, poi sparve dietro ad un corpo, che gettò un’ombra lunga nel prato. Quel corpo venne alla finestra per chiuderla, stette alquanto, si ritrasse, chiuse; lungamente il lumicino brillò attraverso i vetri, si spense. Il conte, dimentico di sè stesso, continuava a spingere l’occhio nel buio.
XIX. Festa intima.
Una gran luce si fece nel cuore di Corrado. Tre volte ripetè egli la gran parola, con stupore, con isgomento, con allegrezza: amava! Quell’ansia indeterminata, quella inquietudine, a cui da oltre un mese veniva cercando cento pretesti, quel vario umore, in fondo al quale, inavvertita talvolta, era una gran gioia repressa, quello spasimo segreto — tutto ciò dunque era l’amore? Non l’amoroso delirio ormai queto per sazietà, non la febbre oscena prolungata cogli artifici e già presso ad essere guarita dalla nausea — bensì l’amore semplice, quello che fa battere il cuore senza ardere le fibre, che è desiderio, ma ignorato dai sensi, che è febbre, ma onesta, che è delirio, ma generoso. E rivalicando venti anni di altri amori, uno ne ritrovava che somigliava a quest’ultimo — ed era il primo; la gentile immagine di Grazietta rievocava un’altra gentile apparsagli nella sua primavera, quando il suo cuore si schiudeva come una gemma, e il suo pensiero era alato, e il suo desiderio santo. Quella fanciulla, divenuta madre a figli d’un altro uomo, non somigliava ora a sè stessa quanto le somigliava Grazietta. Ed ahi! se quella fanciulla era venuta troppo presto, giungeva Grazietta troppo tardi!