Un duro capriccio regola le cose del cuore; il primo amore cade immaturo dall’albero della vita, l’ultimo nessuno raccoglie. Così diceva Corrado! E ripensava il banchetto offerto alla curiosità dell’adolescente, alla bramosia del giovine, al capriccio svogliato dell’uomo; ricordava le cento donne desiderate un istante, poi buttate via come frutti bacati, e non vedeva ora in quel facile raccolto d’amori altro che un’amarezza durata vent’anni. Perchè non aveva egli fatto sopravivere il primo amore alla prima donna incontrata? Perchè non se n’era composto la forza della sua gioventù, il compagno, il conforto della sua vita? Ah! perchè grande era la tentazione, assiduo il mal’esempio, potente la curiosità; perchè cento alberi offrivano con mille braccia i loro frutti maturati dal vizio, e bastava stendere la mano per raccogliere la vanità, il delirio, la colpa.

È tardi ora; questo amore, che nasce puro da cento amori venali, è una pianta melanconica cresciuta sulle rovine d’un tempio profanato. Bisogna strapparla prima che approfondisca le radici, se n’è tempo; oppure lasciarla vivere ignorata.

Ma non poteva Corrado non pensare a Grazietta. Era il pensiero di lei che egli amava più di lei stessa; e fuggir lei poteva, ma quel pensiero gli sarebbe venuto dietro dovunque. Con qual frutto dunque fuggirlo?

Amar Grazietta in segreto; assaporare tacitamente la gioia di vederla, di stringerle la mano; parlarle ed ascoltare la cara musica della sua voce, respirare l’effluvio dell’innocenza — ecco dunque la sua unica gioia. Altro non gli serbava l’avvenire, altro non gli era concesso sperare.

Come per lo passato occulti a lui, così in avvenire, a lui palesi ad ogni altro celati, tutti i suoi pensieri furono per Grazietta; ma non uno di essi pigliava aspetto manifesto di desiderio; e finchè non giunge il desiderio, lontana è ancora la speranza. Che poteva mai sperare Corrado?

Null’altro che tornare adolescente, egli già al tramonto della sua giovinezza, null’altro che dare al cuore un trastullo, rimettere le ali alla fantasia, folleggiare non visto, ricantar sottovoce le prime strofe della vita. Si proponeva di veder Grazietta come pel passato, di parlarle come era solito fare, di portar seco la sua intima festa tutta per sè solo. Voleva nascondere agli altri il proprio scrigno, ed immaginava serbate a sè tutte le gioie segrete dell’avaro, più pure perchè non turbate da alcuno sgomento, più intense perchè a lui concessa la continua contemplazione del suo tesoro.

Invece, il domani della grande scoperta fatta nel proprio cuore, dopo essersi ribellato felicemente al desiderio, non seppe resistere all’istinto, e si trovò quasi senza avvedersene nella casetta tranquilla in via Lesmi. Colà rise più dell’usato, cianciò molto colla signora Valentina, le fece mille domande indirette, e fu da lei messo a parte d’un segreto: la savia educatrice dava lezioni di nascosto a Mario, e già il virtuoso non diffidava di lei, già stava ad udire in silenzio quando gli parlava, già si arrischiava a venire a pigliarle di mano una mandorla di pino;.... però non bisognava dirlo a Grazietta....

Corrado promise di non fiatare, e quando la fanciulla passò nell’orto canticchiando, e levò la testolina di neve e d’oro per mandare un sorriso alla finestra, il signor conte sorrise anch’esso con un certo sussiego, senza farsi rosso, senza farsi pallido, con una ammirabile sicurezza di sè; solo il cuore gli batteva forte; ma chi poteva vederglielo il cuore? Chi poteva contarle le monete del suo scrigno? Egli solo sapeva di essere ricco; gli bastava.

E tornò il dì dipoi, e l’altro; ma ingegnoso sempre nel mettere innanzi un pretesto ad ogni sua visita. Erano disposizioni da dare sul modo di rizzare il padiglione e di tracciare il sentiero, che doveva condurvi, sull’ampiezza del giardino, sulla forma delle aiuole.

«Quel benedetto ortolano, se lo lasciassi fare di suo cervello, non avanzerebbe più di quattro spanne di terreno ai fiori.