— E per questo lei s’incomoda a venire fin qui, rispondeva Grazietta, guardandolo in viso senza saper l’incendio che destava.

— Le pare? ci trovo gusto; sono uno sfaccendato e così mi distraggo; le assicuro che me la godo.... le assicuro....

Si fermava; quelle assicurazioni erano pericolose, e non bisognava abusarne; anche gli occhioni della fanciulla erano pericolosi, e non era prudente guardarli troppo fisso e troppo a lungo, bensì sfidarli un istante e fuggire, vedere il colore del cielo ed indovinare il paradiso, leggere il primo verso e declamare dentro di sè con enfasi muta tutto il poema. Così faceva Corrado. Quando voleva pigliarsi una licenza ardita, si dava un’aria più grave del solito per rifare l’equilibrio; così per prendere una manina di Grazietta e tenerla un poco fra le sue, parlava con voce lenta, compassata, solenne; e per lisciarle i capelli, non bastava più, come una volta, trovare un minuzzolo di non so che da levarne, bisognava levarnelo appuntando le labbra ed aggrottando le ciglia, come si fa nelle operazioni difficili.

In questo giuoco innocente la sua malizia di uomo stagionato era proprio maestra, e una maestra a cui l’ignoranza di Grazietta rendeva lecito tutto, anche lo sproposito.

Per esempio: l’ostinarsi a voler cercare le traccie della ciocca di capelli recisa da lui in quella selva di fili d’oro — ecco uno sproposito; e un altro sproposito era l’abbandonar la ricerca di botto al sopraggiungere della signora Valentina. Grazietta, che non ci comprendeva nulla, avrebbe potuto con un paio d’interrogazioni mettere il conte in imbarazzo, ma nel suo candore si accontentava di fissargli in volto quegli occhioni di fata.

Ah! quegli occhioni di fata! Corrado non li poteva più dimenticare. Anche lontano, li vedeva, fissi, lucenti, sereni; assolutamente non erano due occhi azzurri, erano due finestre del paradiso.

Corrado si era trasformato in modo bizzarro — regalandosi dieci anni alla superficie per togliersene venti di dentro; in apparenza era più grave che mai, in segreto non era mai stato così fanciullo. La sua casa non gli sembrava più una prigione, nè i mobili ostili; i monelli delle tappezzerie, presi a muti confidenti, lo ascoltavano senza beffa. E si avvedeva ora che male aveva paragonato la sua alla gioia dell’avaro, perchè l’amore è di natura prodigo, e della peggior specie, di quella che butta i suoi tesori senza beneficare anima viva.

Tornando dalla casetta in via Lesmi, dopo un’ora di dolce tortura, sentiva bisogno di fermare per via il primo venuto, per dirgli che era felice, che amava; e giunto a casa, dopo aver resistito alla tentazione di abbracciare il suo vecchio Antonio, si chiudeva in camera ed apriva uno scatolino d’ebano in cui non era altro che una ciocca di capelli biondi ed un mazzolino di mammole avvizzite.

Poi veniva fuori all’aperto, chè le pareti della sua casa non bastavano a contenere tanta felicità, attraversava le vie a passo spedito, salutava gl’ipocastani del bastione come vecchi amici, finchè, volendo pensare a tutt’altro e proponendosi di andare al circolo a far impallidire Aniceto con un paio di bisticci solenni, si trovava col pensiero e cogli occhi fissi nel lumicino delle finestre di Grazietta.

Qualche sospiro si mesceva alla sua festa, ma solo per farla parere più bella. Era proprio mutato quel caro ragazzo, lo diceva anche il vecchio Antonio. Sì, era proprio mutato. Ogni giorno, uscendo di casa, trovava sulla porta un poverello a cui dava una moneta, ne trovava un altro alla prima cantonata ed un altro più lungi, e ad ognuno dava una moneta. Una volta invece, non per durezza di cuore, ma per una singolare grandezza che il volgo non comprende, cioè per non trovarsi miserie tra i piedi, o perchè aveva il pastrano abbottonato e gli seccava fermarsi e cacciare le mani in tasca, non dava uno spicciolo per le vie, lasciando ad Antonio l’incarico delle elemosine al sabato.