«La marchesa Felicita non metterà più il piede in tua casa, non ti manderà nemmeno il biglietto di visita a capo d’anno. E che dirà il mondo? Le tue nozze si compiranno senza feste, senza augurii, senza sonetti; formerai l’argomento di tutte le conversazioni quest’inverno; ma tu, impassibile, assaporerai la dolcezza d’essere marito a Grazietta, seduto con lei accanto al focolare.»

Corrado lasciava dire; e la voce sommessa proseguiva:

«Scommetto che Grazietta non sa il francese, scommetto che non ricama, che non suona il pianoforte, e che canticchia solo ad orecchio; in conversazione non ci è stata mai di sicuro; lo strascico dell’abito la farà inciampare ad ogni passo; e forse non sa quando una signora deve star seduta e quando alzarsi del tutto o solo a metà.... E come si fa un inchino, lo sa Grazietta? E come si ride, e come si sorride, e come si sta serii, e come si guarda, e quando si alza la voce parlando, lo sa Grazietta?... Non lo sa.... peccato!

«È vero, ripigliava a dire l’incognito, è vero, è una ragazza piena di giudizio, imparerà presto tutte queste cose.... come le ha imparate sua sorella.... Che contessina coi fiocchi farebbe Agnese, se non facesse d’altro!

Profondo silenzio nell’anima di Corrado dopo le ultime parole, che erano scese come un martello spietato. Passata quella specie di stordimento, la stessa voce, ma con altro accento, disse:

«Verissimo, Agnese è Agnese, e Grazietta non ha nulla da fare con lei; ma il mondo non pensa così; però a te non deve importare nè punto nè poco del mondo. Si dica che si vuole, le contessine pure come Grazietta non le trovi a dozzine, anche se abbiano il blasone senza macchia.... L’albero genealogico dei conti Germinati ha larghe braccia e può celare uno scandaluccio, e può ingentilire una donnina plebea, specialmente quand’è così gentile come Grazietta!... Già, la marchesa Felicita e lo zio ambasciadore e gli altri e tu stesso, se non vi fermate a re Pipino, a re Ottone, a Carlomagno, e cercate il germe di quella che ora è una pianta colossale d’orgoglio, trovate, a vero capostipite, un bastardo.

«E poi, se un ramo laterale mette male, lo si recide anche da un albero genealogico — tu sopprimi Agnese. Chi ha da immaginare che l’angelo sia parente della cortigiana, se costei medesima non l’ha detto ad anima viva? Mandi Agnese lontano, o te ne vai lontano tu stesso — si può essere felici da per tutto.

«Felice! sei proprio certo che sarai felice? Quante volte ti è sembrato di doverlo essere! Se questa, che insegui ora e che ti pare la felicità vera, fosse una delle tante larve? Perchè ti batte il cuore, perchè vaneggi, perchè parli a voce alta da solo, perchè insegui le nuvole collo sguardo, ecco, ti credi mutato. Non ti fidare di te stesso: hai fatto così altre volte. Hai avuto ricchezze, gioventù, amori, orgie — di’, sapesti mai essere felice? Un giorno, un’ora sì, quanto durava l’ebbrezza del vino e della donna; poi venne la sazietà, poi la nausea, poi lo sconforto, ed ora il più amaro degli scetticismi, quello che ti fa dubitare di te stesso. La tua fibra è forte nel desiderare, debole nel resistere al piacere, e il piacere ti taglia i nervi, ti getta come un cencio nelle braccia della felicità, che non vuol saperne di te.

Corrado veniva ripetendo:

«Hai avuto ricchezze, gioventù, amori, orgie — di’, sapesti mai essere felice?