«La gioventù se ne va, è andata; l’orgia ti dà il mal di capo, il denaro dorme inoperoso nei tuoi scrigni, la felicità è altrove....

«Dov’è?

«Non nelle braccia di Grazietta. La vecchia edera del bosco, che un legnaiuolo ha strappato colla falce agli amplessi dell’olmo poderoso, se si abbarbica al giovine arboscello, lo soffoca. Tu sei l’edera vecchia — il grand’albero delle tue illusioni è caduto; ti sei sentito strappare a tutti gli amplessi vani da un terribile legnaiuolo, da una falce spietata; soffocheresti Grazietta senza far te felice.

«Il bel nodo che vai fantasticando! Stringere l’innocenza e il cinismo, la fede e lo sconforto, l’alba e il tramonto; mandare a braccetto per le vie il reuma ed il lattime e far dire: «Ve’ sono marito e moglie!» Succede ogni giorno, è vero, ma ogni giorno si ride di questi invalidi della vita, che si mettono a riposo sposando una fanciulla di 16 anni. Quanti ne hai tu, Corrado? trentasette, trent’otto, forse più; non lo sai bene. Ma che importano gli anni, se sei forte, se sei sano, se il tuo corpo è giovine? E l’anima, Corrado, quella, intendiamoci, che si chiama così, ed è il cuore, ed è il pensiero, ed è il desiderio, la speranza, la fede? Tutto ciò è vecchio, è moribondo, è morto. Oh! il curioso nodo che vai fantasticando!

«Vuoi farla felice Grazietta? Non te la vuoi sciupare la tua buona azione? Dà retta a quel pittore, giovine, bello, che ha due compagni nella vita: la fede nell’avvenire, il lavoro; fai la dote alla fanciulla, terrai a battesimo un bel maschio.»

Corrado troncò le ciance degli invisibili consiglieri, staccandosi con impeto dalla finestra, e ripigliando a camminare su e giù per la stanza. Avvenne nelle sue idee quel rimescolio che produce il soffio d’un fanciullo in una processione d’atomi lungo un raggio di sole: Grazietta, il pittore, la dote, Filiberto, Felice, la marchesa, e poi Grazietta troppo ingenua, e Agnese, e il mondo, e le beffe, e poi Grazietta che non sa il francese.... e di nuovo Filiberto, Felice e la marchesa.

XXIV. All’insegna del Piccione.

Oh! belli gl’ippocastani del bastione sul finire d’aprile! Sono puliti e baldanzosi come i fanciulli quando hanno indosso la vesticciola nuova. Che bel verde allegro! e come luccicano al sole le nuove foglie che l’altro dì erano gemme! e che susurrìo gentile se l’alito del vento le accarrezza! Sono le prime ciancie dalla stagione, e sono ciancie discrete. Oh! belli gl’ippocastani del bastione sul finire d’aprile! La polvere del viale non è ancora giunta lassù ad appannarne la nitidezza, i ragni campagnuoli non hanno avuto tempo di tendere i fili fra ramo e ramo, nè i bruchi di accartocciarne le foglie; sono ippocastani nuovi, sono nati or ora così vestiti!

E Grazietta batteva le mani, e cogli occhi, e col riso e colla vocetta squillante faceva festa allo splendido mattino, che annunziava una giornata splendida.

Agnese e Corrado sorridevano, e la tonda Valentina, la quale s’ingegnava di mettere il passo in cadenza con quello della fanciulla, doveva ogni tanto fare un salto, che richiamava in mente l’ultimo balzo pigro d’una palla elastica.