E per non guastare con ciancie inutili il suo complimento, l’oste si volse solennemente a dare gli ordini ad un cuoco e ad uno sguattero di bucato, tanto erano bianchi e puliti da capo a piedi.
La signora Valentina aveva piantato gli occhi addosso a Corrado, e veniva dicendo alla muta: «Ho capito, ho capito!» Finalmente non resistette più e lo disse forte: «Ho capito, signorino!» E il signorino, che prima sorrideva, uscì a ridere forte.
Grazietta intanto aveva attraversato la cucina, si era spinta fino in giardino, ed era tornata saltellando a spingere lo sguardo sull’unica via del paesello, dove l’insolito spettacolo d’una carrozza a due cavalli e di quattro signori della città, faceva accostare, colle mani sui fianchi e facendo le sbadate, le comari del vicinato.
Nei primi momenti d’una giornata di piacere entra forse la dolcezza di tutte le ore liete, che verranno poi. Ogni cosa per Grazietta era festa.
«La sente signor Corrado, diceva, la sente la brezzolina? — che fruscio per le acacie delle siepi!... senta!...
«Guardi! guardi! il piccione dell’insegna pare voglia spiccare il volo.... Ascolti.... peccato, non lo fa più.... Ah! ecco.... lo fa ancora.... sono gli anelli della catena che stridono.... non par proprio il pigolio del piccione? Dica di sì per farmi piacere.
— Sicuro, pare il pigolio del piccione.
Ridevano.
Sulla parete che guardava la campagna, nel vano di una finestra finta, era disegnato un orologio solare colla leggenda: Stat sol, hora fugit.
«Che cosa vuol dire? domandò Grazietta.