— Che il sole rimane, ma fuggono le ore.
— Sono le nove! disse la fanciulla; che piacere! abbiamo tutta la giornata per noi!
E attraversò la cucina, il giardino, e aperto l’uscio fatto di sterpi, si slanciò nel praticello come una farfalla.
L’erba folta era ancora umida di rugiada, dove batteva l’ombra dei gelsi, che facevano cornice all’ampio verde dorato dal sole.
Non si poteva giuocare nè sedersi; bisognò andare a spasso, lungo il canale, pel sentieruolo stretto, ad uno ad uno, Grazietta innanzi a tutti, la signora Valentina in coda.
Gli uccelli cantavano nel fitto delle macchie, poi a un tratto tacevano, udendo i passi e le ciancie, e rimasti zitti un istante ad ascoltare, fuggivano con un volo basso per nascondersi meglio.
— Che uccello è? domandava Grazietta senza fermarsi.
— Non so, ripeteva Agnese.
— È un tordo, entrava a dire la signora Valentina.
— E cantava: «buon giorno Grazietta.» Non è vero?