Poi ad un tratto Grazietta si arrestava, facendo cenno di star zitti, per spiare i voli brevi e splendenti d’un martin-pescatore, che rasentava le acque del canale, o per udire il fischio d’un merlo, che pareva un richiamo umano.

Corrado ed Agnese sentivano a poco a poco dissolversi il gelo che li faceva parer freddi al paragone della fanciulla; quel verde immenso dei campi, quell’azzurro senza macchia, quel contrasto di ombre nere e di riflessi d’oro, quei canti, quei voli, quella pace, tutta insomma l’eterna giovinezza della natura vergine e madre ogni anno, si rifletteva pei loro occhi nel loro cuore. Ascoltavano le parole di Grazietta come una musica nuova; sedotti dal fascino dell’esempio, facevano gara anch’essi d’essere i primi a cogliere una nota od un colore di quella infinita armonia, di quella immensa tavolozza.

Non avevano fatto quattro passi, e già erano le dieci; bisognò tornare indietro ed affrettare per giungere in tempo.

— Il cuoco ha ordine di portare in tavola le braciole alle 10 e mezza in punto — disse Corrado — si tratta ora di giungere a tavola prima delle braciole.... coraggio mamma Valentina.

— È inutile correre, rispose la buona donna, è inutile farsi ingrossare la milza.... Abbiamo impiegato trentacinque minuti a venir fin qua, fermandoci ad ascoltare i merli ed a guardare i martin-pescatori; non ci fermiamo più, ma andiamo dello stesso passo, arriveremo in tempo.

— Se le braciole si raffreddano, le metto sulla sua coscienza, disse Corrado.

— Non si raffredderanno, non si raffredderanno.


E il sole rimane, e fuggono le ore.

— Ha ragione la meridiana! disse Grazietta dopo colazione: è mezzodì! È curioso, qui non si sente un orologio, nè una campana.... ah! eccone una! che vocina modesta!