— Davvero?
— Davvero. E vedete bizzarria: quando Domenichino dormiva, a me, che lo guardavo, è venuto il capriccio di leggergli il suo sogno.... ho sognato per lui ad occhi aperti. Il mio romanzo era a buon punto, Domenichino prometteva di lasciarmi andare alla fine, quando me l’avete svegliato.... allora mi sono destato anch’io.
— Sentiamo il sogno del Domenichino.
— Sì, il sogno del Domenichino!
— Il mio sogno? dice costui con un riso spento, sentiamo il mio sogno!
III. Il sogno del Domenichino.
Corrado sorride, scuote la bruna capigliatura, poi guarda intorno come titubante, e finalmente pianta gli occhi in volto a Domenico. Costui non batte ciglio, e l’altro incomincia:
«Mi stavi dinanzi; la vampa del focolare ti dava sul volto pennellate di rosso e di nero, e tu, impassibile, lasciavi fare; ogni tanto chiudevi un occhio e mi guardavi coll’altro ammiccando, poi li chiudevi tutti e due, poi li riaprivi tutte e due, e di nuovo li chiudevi. Aspettavo. La processione d’ombre che ti passava sulla fronte, scavalcando il naso, ti indicava il cammino; tu voltavi il capo leggiermente a dir di no, lo curvavi sul petto a dir di sì, lo rialzavi con un moto brusco, ed ancora sbarravi gli occhi, ammiccavi, dicevi di no e di sì. Finalmente un sospiro lungo.... Eccoti in viaggio verso la regione dei sogni. Ed io dietro.
«Sulle prime stavi dubbioso entro un portico; nevicava, come ora, e poco mancava all’alba. Alle spalle udivi il suono d’una musica gaia, che sembrava richiamarti: «Domenichino! Domenichino!...» Tutti gli amici tuoi erano al veglione della Scala, nelle sale del ridotto; dopo d’aver speso la notte ad indovinare sotto la maschera il segreto dei sorrisi giocondi e degli occhi lucenti, cenavano. Un cocchiere, un cavallo, una carrozza — un solo sgorbio nero nella luce scialba — ti stavano dinanzi; il cocchiere riceveva stoicamente la neve e ti offriva i suoi servigi con un cenno del capo, che tu ti ostinavi a non vedere e che egli s’ostinava a ripetere. Pensavi. Qualche volta accade anche a te di pensare, povero Domenico.
— Tira innanzi, non mi compassionare.