«Pensavi!... Eri in uno di quei momenti, rari per buona sorte, in cui il veglione ti sembra infinitamente più tetro di una sepoltura; saresti andato non so dove, pur di non rientrare nella platea. Non avevi appetito, eri stanco, assonnato, come ti succede spesso, e (miracolo!) non volevi dormire.... probabilmente perchè dormivi. In quella dormiveglia ti si acuivano i sensi, ti si centuplicavano le sensazioni, e.... non so proprio come, e non lo sai neppur tu....
— No davvero.
«Raccoglievi in un fascio solo tutte le fila del tuo passato, tutte le fila del tuo avvenire. Al presente non badavi, perchè il presente era un punto nero nel fondo di neve, un atomo di creta che sognava. Tu hai trentasei anni, povero Domenico; non sei più un giovinetto — io te lo posso dire che ne ho trentasette suonati. Trentasei volumi di vita come la mia e la tua sono lunghi a sfogliarli giorno per giorno, ma tu li sfogliavi con impazienza febbrile in pochi minuti, e quando giungevi al volume bianco, ti coglieva un bizzarro terrore, e un desiderio pazzo di scrivervi qualche cosa che non assomigliasse a nessuna delle pagine precedenti.
— È bizzarro il Domenichino, dice Barbara a Fanny.... l’avresti sospettato tu?
Fanny appoggia l’indice attraverso le labbra e non risponde.
«Fuggivi da quella immagine, vagavi coll’occhio nelle vie deserte, per tornare là donde eri partito; e allora t’ostinavi in quell’idea, la volgevi da tutti i lati, cercando di darti ragione dei terrori segreti che ti ispirava, per combatterli, per vincerli, per dimenticarli, e dimenticare insieme la tua vita, il tuo mondo, te stesso, per adagiarti nel quieto sonnambulismo, che è il fondo bigio della tua esistenza.
— Verissimo, dice Aniceto, verissimo; io faccio una mozione d’ordine e propongo di cambiare a Domenico il nomignolo di Domenichino e dargli quello più proprio di «sonnambulo.» Chi approva alzi le mani.
— Approvato.
— Approvato.
— E tu Fanny non approvi?