— Approvo tutto quello che volete, a patto che non interrompiate più Corrado.
Corrado ripiglia a dire nel generale silenzio:
«Vuoi vincere gli stolti terrori, ma eccone uno più stolto che ti piglia alla sprovveduta; ti guardi intorno, vedi la piazza e ti pare una pagina bianca, vedi le vie allungarsi come striscie di carta che attendano le strofe, e dici a te stesso che tutta la tua vita passata era scritta in quei fogli, e guardi paurosamente la neve che a poco a poco va cancellando ogni cosa. Soffri, e quel pensiero ti dà un brivido che il freddo non ti aveva dato; vorresti, ma non sai come fare, vorresti sì, scrivere una pagina a caratteri così profondi, che la neve non potesse cancellarli mai.... e in questa lotta immaginaria contro la fredda, insensibile natura, ti dibatti come in una lotta vera.... intanto è venuta l’alba.
— Mancomale!
«È venuta l’alba. Alcune frotte di ballerine stanche ti passano rasente, ti lanciano occhiate lampegganti dal fondo del cappuccio e di sotto la maschera, si attaccano al braccio dei loro cavalieri, si sparpagliano, entrano nelle carrozze che aspettano. Poi la pace, rotta un istante dalle voci acute, ritorna. Sei solo, innanzi alla tua bella pagina bianca; non sai chi, ma qualcuno ti ha detto che tu pure devi andartene; ti fai innanzi, ricevi un battufolo di neve sul naso e ve lo lasci; facendoti precedere dal paracqua aperto, come da uno scudo di guerra, sfidi coraggiosamente tu pure la nevicata, che ti s’avventa al volto e ti si attacca alle falde del pastrano. Cammini spedito, cacciando il piede dove la neve è più intatta. Così, in un quarto d’ora lirico, povero poeta mio, sciupi una pagina bianca in cui non sai che cosa scrivere. Poi ti vien suggerita una cosa bizzarra; un’arcana voce ti dice all’orecchio che un’impresa memorabile è quella di rubare l’innamorata ad un amico.... A chi?.... Pensi subito a me.... Grazie. — Dici: «Fanny è bella. Io da una settimana ho il cuore disoccupato. Corrado usurpa una fama d’uomo di belle avventure; se riesco, è un trionfo, o almeno lo diranno, ed è tutt’uno.» E subito, ricordando come Fanny mi avesse chiesto in regalo una treccia di capelli un po’ più neri dei suoi, che aveva visto nelle vetrine del famoso come si chiama, ti pare supremamente curioso ed ardito legare al tuo carro la bella con una treccia di capelli un po’ più neri de’ suoi. Sorridi: la gaia idea, entrata colle movenze sfacciate d’un monello, mette lo scompiglio nella turba d’idee nere; affretti il passo.
— Fa tu altrettanto.
«Eccoti innanzi alla bottega, è chiusa: ma il veglione ti favorisce; l’officina famosa lavora notte e giorno per accontentare gli avventori. Un filo di luce ti si rivela a traverso la toppa. Volti nella cantonata, infili il primo portone.... Un cerbero freddoloso ti domanda chi cerchi. Tu nomini come si chiama, e tiri diritto. Non puoi sbagliare.... sei nel vestibolo del tempio.
— Deo gratias, dice Domenico.
— Deo gratias, ripetono gli altri in coro. Fanny soltanto tace.
«Entri.... due persone, al lume d’una lampada, pettinano capelli inchiodati sopra una testa di legno.... si alzano vedendoti, ti chiedono che vuoi.... non lo sai; la presenza d’una donnina graziosa, che ti mette in volto gli occhi stanchi dalla veglia, ti pone in imbarazzo; fai un cenno all’uomo e vai nella bottega. Il parrucchiere ti raggiunge con un lume, si scusa, fa mille ciancie inutili e sconnesse per debito di professione; gli esponi il fatto tuo con una faccia seria seria. Se anco egli ha voglia di ridere, ha molto più voglia di stringere il negozio. Non ride. Dice solo che l’ora non è la più adatta...., ma che si adatta benissimo.... che bisogna vedere i capelli alla piena luce del giorno, ma che con un lume si vedono egualmente, senza dire, e lo dice, che una volta comprati si cambiano se non accomodano.... la bottega è sempre là, non si muove.... e poi ora toglierà le impannate e ci si vedrà a meraviglia....