— L’hai tu creduto?

Le tre ironie s’incrociarono fredde, inesorabili. Agnese proseguì:

— Ti conosco troppo; troppo è in te della mia stessa natura, in me della tua. Ebbene, sì, ho mentito.... Che importa? Non è tutta la mia vita una menzogna? Non ho di mio che il cuore, perchè non fu mai di nessuno — no, non ti amo, non potrei amarti. Te ne duole forse?

Corrado era rientrato nel suo mutismo.

— Potevi far te e lei felice, soggiunse Agnese dopo breve silenzio — ora è tardi — può un conte essere l’amante di una donna come me — ciò è lecito, è decoroso, è bello anzi — ma non può farsi sposo di una creatura povera e santa come Grazietta. Hai scelto d’essere mio amante, tutto è finito fra te e lei.

Corrado si rizzò all’improvviso, e pigliando le mani della cortigiana, le disse con gravità:

«Ho giurato di rispettare l’innocenza di tua sorella e non l’ho offesa con una parola — domani all’alba partirò.

— Per tornare....?

— Quando il matrimonio di Grazietta sarà compiuto.

Scattando come molla, Agnese suonò il campanello e chiese i lumi; poi disse: