— Come sta? interrogò Grazietta.
— E lei, signorina? rispose Corrado assottigliando la voce e modulandola come una carezza — e lei, come sta? Ah! perchè ammalarsi quando io era lontano, perchè non farmelo sapere?
— Sto bene, balbettò la fanciulla, sto tanto bene.
Si sciolse dalla stretta amorosa che le teneva le mani, ed abbassando la voce a guisa di chi fa una confidenza:
— Voglio guarire, disse, ora chiederò di guarire.
E chiusi gli occhi, mosse le labbra senza parlare — poi volse il capo in atto di ascoltazione, finchè ricadde nel sopore.
Lungamente il conte stette al capezzale — guardava le trecce lunghissime e due ricciolini ribelli, che ponevano una cornice d’oro sulla fronte diafana e bianca come alabastro.... Era bella Grazietta fin tra le strette della morte; la febbre aveva avuto pietà della sua avvenenza, e sulle guancie disfatte aveva steso un velo incarnato, che ne cancellava i solchi e le ombre.
All’ultimo Corrado si scostò dal lettuccio; sul limitare si rivolse ancora una volta, e stringendo disperatamente la fronte fra i pugni chiusi, uscì dalla camera.
Agnese si era rizzata come un automa, senza togliergli di dosso gli occhi; quando fu uscito, gli venne dietro. Erano sul pianerottolo in faccia l’un dell’altro. Corrado guardò una crocetta nera che aveva visto al collo della fanciulla ed ora stava infranta sulla soglia; finalmente disse, parlando fra sè medesimo: «Povera Grazietta!»
Agnese l’udì, e non rispose; lo contemplava estatica. Tutto il suo volto patito era un gran dolore e una gran tenerezza, in cui balenava ogni tanto una strana luce. Strana davvero l’espressione di quel viso; parve a Corrado di leggervi una nuova sciagura e non seppe sprigionarsi dallo sguardo profondo.