— Mamma Valentina, non fate colazione?

— Non ho fame.

E in quel silenzio d’agonia squillavano ogni tanto le vocette allegre degli uccelli abbandonati nella gabbia; allora Valentina scivolava nell’altra camera, e distribuiva malinconicamente il miglio e qualche parola buona ai poveretti.

I canarini moltiplicavano le seduzioni, le moine, tentavano di tutto per trattenerla — invano; era scomparsa la festa dalla casetta bianca. Una volta la febbre dell’inferma era stata più forte, e la mamma Valentina aveva detto seria seria ai suoi dozzinanti: «Pregate, domani non avremo più Grazietta.» Ma i canarini avevano pregato tanto e così forte, che Grazietta vinse la febbre.

Da alcuni minuti la fanciulla pareva dormire, quando a un tratto aprì gli occhi e stette in ascolto.

Ascoltarono anche le due donne, e nulla udirono — ma un istante dopo un passo leggiero salì le scale.... Agnese e Valentina si volsero — era Corrado. Grazietta non si era mossa per salutare il nuovo venuto, ma gli sorrideva nel vetro della finestra.

— Alzata! esclamò il conte con un tremito nella voce, facendosi presso; dunque sta meglio?

— Sì, sto meglio, sto bene, rispose la poveretta guardandolo senza titubanza, fisso e lungamente.

Poi volse di nuovo lo sguardo alla campagna, e dalla aiuola lo spinse via via nel prato, oltre la siepe, nei campi d’oro, fino ai giganti canuti ed all’azzurro dell’orizzonte.

La mattina era splendida, il sole già caldo non era giunto ancora alla finestra. Le cicale appese agli alberi empivano l’aria del loro stridìo, per tacere a un tratto se un passero si posava sul loro ramo; ogni tanto una farfalla danzava dinanzi alla finestra, come per posarsi, poi spiccava il volo diritto e diventava un punto bianco nell’azzurro. Una volta si posò. E finchè stette là, colle ali tese come una vela, sul davanzale, immobile, Grazietta non ne staccò gli occhi; quando ebbe spiccato il volo, e, dopo una breve danza, fu prima diventata un punto bianco nel cielo e poi scomparsa — allora la fanciulla mormorò: «non la vedrò più.»