Tornò Agnese colla gabbia di Mario.

— Poveretto! Ti ho abbandonato? Non mi conosci più? Canta, Mario, canta!

E perchè il canarino non volle cantare, Grazietta disse: «non mi conosce più!....»

Incominciò il silenzio del tramonto, poi si svegliarono ad uno ad uno i concertisti della notte: i grilli nelle siepi, le rane nel canale, l’allocco colla sua nota lunga e melanconica; ogni tanto si udiva il riso sguaiato e chiassoso del pavone d’una lontana fattoria.

Poi il cielo si fece bigio, apparve una stella.... tremolavano ancora nell’aria gli ultimi raggi della luce diffusa....

Un istante dopo Corrado socchiuse i vetri, perchè l’aria della notte non battesse sul viso di Grazietta, e si ritrasse in punta di piedi.

Venne il medico; si fece presso alla fanciulla; curvandosi a guardarla, tratteneva quasi il respiro.... A un tratto fu in piedi, le toccò la fronte, le sollevò bruscamente un braccio e lo lasciò ricadere, accese un zolfanello. L’improvvisa luce illuminò tre spettri, ritti ed immobili in diversi punti della camera.

Il medico avvicinò la fiammella alle labbra di Grazietta — poi si scostò senza dir parola.

I tre astanti gli vennero accanto come automi; solo i loro occhi interrogavano nell’ombra — e il medico, allargando le braccia e stringendoli come in unico amplesso: «Coraggio» disse.

XXXI. Una strofetta di Mario.