Scese la notte nera; non lagrime, non singhiozzi per le camere silenziose. La Giovanna, una povera vicina, avvertita della sciagura, pianse e venne; lungamente le tre donne si aggirarono come ombre intorno al cadavere. Ogni tanto, Valentina interrogava paurosamente il volto di Agnese, che, impietrito dal dolore, nulla rispondeva, mentre Corrado, addossato alla parete, seguiva le tacite movenze, con occhio indifferente, quasi curioso.

Quando la cameretta fu pronta e il letto preparato con lenzuola candidissime e bisognò adagiarvi la bella fanciulla che avea sposato la morte, le donne si fecero presso a Grazietta, e una, la Giovanna, le toccò un braccio, che cadde e spenzolò lungo il fianco.

Stettero un istante dubbiose.

Fu Agnese la più forte; ella fece il giro del seggiolone, venne a porsi in faccia alla morta, e i tre astanti la videro sorriderle. Si accostarono tutti; fu sollevato il corpicino, e trasportato nel lettuccio — poi ognuno si allontanò a ritroso.

La mamma Valentina disse qualche parola in segreto alla Giovanna, trasse da un armadio una veste bianca e la depose sopra una seggiola — all’ultimo, fe’ cenno a Corrado ed Agnese di venir via.

Sul limitare dell’uscio, che metteva in giardino, tutti tre sollevarono gli occhi al cielo, che era purissimo e scintillante di stelle, e stettero così lungamente. A un tratto, la mamma Valentina ruppe con un singhiozzo la barriera delle lagrime — andò in cucina a piangere; Agnese e Corrado rimasero a ciglio asciutto, come assorti in una visione.

Poi la mamma tornò, si fece presso ai due, e solo quando fu scomparsa ed Agnese le fu andata dietro su per le scale, Corrado sentì che gli era stato detto:

«Lei rimanga.»

Rimase; si rifece a guardare una stella più fulgida delle sue compagne, ad ascoltare un soffio lamentevole che passava ogni tanto per la pianura, svegliando le erbe ed agitando le piante nere.

Quanto tempo stette egli, senza pensiero, senza altra sensazione della vita fuorchè uno stupore di morte? Un tempo lungo.