— Perchè mi guardi così? che hai?

— Nulla.... nulla....

— Non è vero, — ripetè Corrado; ma senza darsene ragione, non osò insistere, e volgendole un’occhiata paurosa, uscì da quella camera.

Agnese gli venne dietro.

— Grazietta?... chiese il conte volgendosi.

— Domani.

Venne il domani; una salmodia nota attraversò la via deserta; poi fu un bisbiglio delle donnicciuole del vicinato, e un gran silenzio — e di nuovo la salmodia e il canto limpido delle orfanelle che andò lontano pei campi — all’ultimo uscì Grazietta nella sua piccola bara, coperta di fiori; dietro a lei Agnese, la signora Valentina, Antonio, la Giovanna, qualche vicina e molti poveretti — si udirono singhiozzi soffocati; il breve corteo sparve dietro la cantonata. Pochi minuti dopo una carrozza da nolo, uscita dalla casetta bianca, s’avviava al cimitero. — Corrado giunse in tempo a veder da lontano la bara che veniva calata sotterra; quando la folla fu lontana ed egli ebbe visto Agnese cedere alle insistenze di Valentina e di Antonio ed andar via anch’essa a ritroso, si fece innanzi, prese il suo pugno di terra e lo buttò sulla fossa ricolma.

Teneva il capo chino sul petto, ma non piangeva. Risollevandosi, vide all’opposto lato della tomba un giovine alto, bello e lagrimoso — lo riconobbe. E sentì un desiderio ardente di farglisi presso, di stringergli la mano, di piangere con lui, di chiamarlo amico e fratello....

Si sarebbe sentito consolato, si sarebbe stimato di più, facendolo; non lo fece — lo ripigliava il mondo.

Geloso delle lagrime di quell’ignoto, della sua preghiera muta ma fervida, finse di allontanarsi, vagò fra le tombe, e quando lo sconosciuto fu scomparso, egli venne un’altra volta alla fossa, cadde in ginocchio, ed appoggiò le labbra al suolo per bisbigliare alla povera morta queste parole: «Io t’ho amata più di lui! più di tutti!»