Raccolse alcuni ciottoli, e li dispose sulla fossa in modo da scrivere; «addio!» poi girò uno sguardo intorno per accertarsi che nessuno lo avesse visto, e si allontanò a passo rapido senza voltarsi. Oltrepassando la cancellata, che separa la città dei vivi dalla città dei morti, disse con un ghigno amaro: «La commedia è finita!»
Ma perchè dunque rifaceva la strada percorsa dal funebre corteo? Qual fascino lo attirava in via Lesmi? Qual parte di Grazietta era rimasta nella casicciola bianca?
Aveva non so quale bisogno di risalire quelle scale, di rivedere la cameretta della fanciulla.
Giunse ed entrò; volse prima lo sguardo tutt’intorno poi lo tenne lungamente sul lettuccio, facendosi forte per cancellarne una faccia cadaverica e collocarvi un sorriso fra due guancie rosate; e quando fu riuscito, e Grazietta gli riapparve bella, palpitante, innamorata, allora sorrise. Ma ogni tanto si ricompiaceva nell’immagine scarna della morta e la rievocava paurosamente per ribellarsele tosto.
Si fece alla finestra aperta, guardò al cielo che Grazietta aveva guardato prima di morire: non aveva più le stesse nuvole, non era più lo stesso. Allora spinse l’occhio nella campagna rimasta tal quale.
Assorto nella contemplazione, udiva ogni tanto alle spalle un passo, quello della signora Valentina, e si ricordava d’Agnese. Dov’era Agnese?
A un tratto, vide innanzi a sè cadere una palluzza nera appesa ad un filo: era un ragno. L’istinto fu di ucciderlo, si trattenne, gli vennero in mente queste parole: «Poveretto, nessuno gli vuol bene.» Pensò: «Questa meschina creatura, che Grazietta ha compassionato, è ancora piena di vita, va su e giù per le sue scale e si prepara ad un’impresa gigantesca, a tessere dinanzi alla finestra una tela colossale che deve assicurargli una virilità piena di piaceri, una degna vecchiaia....»
Poi disse forte:
«Grazietta! povera Grazietta!»
Era il mezzodì, Agnese non veniva.... Dove era Agnese?