— Nulla, lasciami stare, voglio sentire come ti batte il cuore, sta zitto.

E abbassando il capo per appoggiarlo al petto del conte, scivolò ginocchioni a terra. Corrado provò a rialzarla.

— Lasciami, lasciami, ripetè Agnese.

Stette così a lungo senza mostrare il volto; nel profondo silenzio, si udivano le sue lagrime cadere ad una ad una sul mosaico del pavimento. Alla fine rizzò il capo: «Ho pianto, disse, mi ha fatto bene.»

— Povera Grazietta! mormorò Corrado, non sapendo che dire — e aveva l’occhio sbarrato, il cuore stretto da uno strano sgomento.

— È morta! disse Agnese rialzandosi bruscamente; lo sai? è morta, proprio morta e sepolta, non soffre più. Io vivo e t’amo.

Quest’ultima parola scoccò come una minaccia, e Corrado l’udì come un’ingiuria; si fece pallido.

— Sì, t’amo, rispose Agnese con voce aspra; non te ne sei accorto? A me stessa pareva impossibile, e pure è così; sono ben sveglia, e proprio io ti parlo, e non è delirio il mio — t’amo! Questo amore ha poco più di due mesi, non ne ha ancora tre, ma si è fatto già grande, e lo sento crescere ogni giorno. Chi m’avrebbe detto quando facevo la vanerella per ridere, quando ti tormentavo per compiacermi della tua debolezza, e quando mi davo a te con indifferenza, chi mi avrebbe detto che dietro a tanti giorni di beffa, di trastullo, di dispetto, uno dovesse venirne per incominciare ad amarti tanto? Potevo mai credere quando t’incoraggiavo a sposar Grazietta, che dopo essermi sentita spezzare il cuore alla sua agonia, dopo aver seppellito con lei una parte di me stessa, dovessi rallegrarmene quasi? Sì, perchè vedi.... se ora Grazietta tornasse in vita, io, che avrei accettato la morte in vece sua, sento che ne sarei gelosa, che non potrei darle un affetto puro.... È odioso, mi faccio orrore io medesima; ma che ne posso io se t’amo tanto?

— Che significa questo? interruppe Corrado; e provò a rialzarsi, ma quelle braccia d’alabastro, che gli facevano un laccio intorno al collo, avevano ora nervi d’acciaio.

— Oh! non mi parlare così, disse la bella, pigliando l’accento soave dell’adorazione, non essere duro con me. Corrado mio! Se sapessi! ho tanto sofferto, soffro ancora tanto! E tu pure soffri! un gran dolore è lì, in faccia a noi, per ripigliarci appena usciti dall’ebbrezza del nostro amore.... Ma io posso darti una gran gioia, una gioia immensa; via, guardami in faccia.... così; non leggi nulla? Ascolta come batte a me il cuore.... non senti nulla? Sei cieco e sordo, povero amor mio! indovina dunque, indovina!....