— Non una bionda — dice Corrado con impeto mal celato dall’enfasi beffarda; non una bionda, ma un angelo coi capelli d’oro disciolti. — Siede la bella colla faccia rivolta a te, ma le lagrime le fanno velo agli occhi, non ti vede; la luce bianca del mattino le si affaccia alle spalle, gelosa della lampada che guarda quel portento dall’alto; ed al contrasto delle due luci, i capelli, che quasi toccano terra, mandano i riflessi dell’oro e del fuoco; il visino pallido e gentile mostra le impronte di doglie crudeli ma innocenti; se il dolore è bello, come dicono, quella fanciulla ne è l’immagine viva: la vedi piangere, senti il freddo d’una mano d’acciaio che ti stringe il cuore.... Il parrucchiere è un buon diavolo, sua moglie una buona donna, ma il buon diavolo è prima di tutto un parrucchiere, e la buona donna è sua moglie.... Ascolti: «Credetelo, piccina, dice l’uomo, non vi possiamo dare di più; sono una meraviglia i vostri capelli, sono lunghi, sono abbondanti, sono morbidi, d’un bellissimo biondo, ma venti lire fanno una sommetta.... una sommetta.... ci abbiamo l’afflizione della concorrenza — una volta, non dico... ma ora! — mi direte che tutte oggi comprano treccie finte, ma tutte pure ne vendono, e gli ospedali sono una miniera per certi parrucchieri.... mi direte che il biondo dei vostri capelli è raro e perciò devono valere di più; verissimo, ma è anche più difficile incontrare chi li comperi — parola d’onore: faccio uno sforzo a darvi venti lire — direte....
La meschina non dice nulla, lagrima, e quando il compratore tace, essa balbetta con una vocina straziante: «venti lire!» Tu non puoi reggere oltre a quello spettacolo, il cuore ti dà uno scampanìo inusato, ti mostri e dici: «compero io i capelli della signorina!» Tre esclamazioni ti rispondono; la fanciulla nasconde la faccia fra le mani e piange più forte; tu le vedi solo la fronte imporporata dal rossore — ti senti venir meno, non credevi che una buona azione, la tua prima buona azione, ti dovesse costare tanto eroismo; stai per dire alcune parole generose e senti che nel dirle avrai il tremito nella voce: «Signorina, ripeti, li compero io i suoi capelli, e li pago cento lire.» I due parrucchieri, maschio e femmina, ti guardano sbalorditi; la fanciulla piange sempre più forte; e quando tu apri il portafogli e ne cavi un biglietto da cento lire e glielo cacci fra le dita, senti che piange ancora più forte — ma non rialza il capo. Fai un cenno al parrucchiere, ed egli si avanza colle forbici, ma gliele pigli di mano, e cacci tu stesso le dita in quel fiume d’oro; senti allora che tutta la leggiadra personcina trema; scegli una ciocca, una piccola ciocca, e la recidi rasente la nuca, poi te l’attortigli intorno al dito, e balbetti commosso: «è fatto!» I due spettatori credono venuto il momento di ridere. E tu pensi che vi hanno risate che sono un’opera buona, e che è bello rasciugare le lagrime ridendo. La giovinetta comprende, scopre il bel viso e ti fissa con due occhioni, che hanno il colore e la limpidezza profonda d’un cielo senza nubi. — Provi un risolino, ed avendo preso a balbettare, continui balbettando: «Signorina, i suoi capelli mi appartengono, me li conservi, io non saprei come farli servire meglio.» Un sorriso melanconico getta un baleno di luce nel volto angelico.
— Grazie, dice poi la giovinetta con un accento mestissimo, grazie; come si chiama lei? — Le dici il tuo nome e le domandi perchè lo voglia sapere, ed allora, con una voce che ti par l’eco d’un destino inesorabile, essa ti risponde: «la mia mamma morrà stanotte, lo ha detto il medico, non vi è più speranza; io le dirò che quando sia lassù preghi il Signore di compensarla della sua generosità!
«Lo senti, sei generoso tu! E te lo dice essa, essa che sacrificava l’orgoglio della sua bellezza per comprare forse l’ultima medicina inutile ad una madre che muore!... Ciò detto, si leva in piedi, si accomoda alla meglio i capelli; tu segui estatico le movenze d’un corpo degno della testolina di fata, e ti stupisci di poter contemplare tanta bellezza senza desiderio. Ma già... sei sbalordito. E quando la fanciulla sta per andarsene, e qualche cosa dentro di te vorrebbe trattenerla, non ti muovi; con un’occhiata, con un sorriso mestissimo, ella ti dice ancora una volta «grazie»; non parla, chè l’ansia le mozza la favella: si muove per andarsene, si ferma titubante, si volta ancora. «Mi chiamo Grazietta....» Ha detto... è scomparsa.
«Il parrucchiere ha un volume di ciancie sulla punta della lingua, non gli lasci aprir bocca; mentre eri di là hai esaminato i capelli neri. Sono troppo neri, troppo neri. Ordini un repertorio di pomate, di polveri; dai il tuo indirizzo ed esci all’aperto, col cuore gonfio d’un orgoglio che t’era ignoto; ti senti più giovane, più bello, e stringi fra le dita la ciocca di capelli d’oro che produce l’incantesimo. La neve ti batte sul viso, ti si appiccica al pastrano... non ci badi; scenda pure la neve, essa non può giungere fino al cuore!....»
Corrado, che è andato accalorandosi a poco a poco, ammutolisce d’un tratto, e guarda ad uno ad uno i suoi uditori. Per un istante nessuno parla.
Aniceto è il primo a dire:
«E poi?»
— E poi, nulla — me l’avete svegliato, mi sono svegliato anch’io, ci siamo trovati entrambi fra volti, vezzi, bicchieri e giuochi di spirito conosciuti... non è vero Domenico?
— Io non ne capisco niente, entra a dire Barbara.