— Perchè.... non so nemmeno io....

— Povero signor Corrado! si consoli, il bene che ha fatto è scritto dove non si cancella.

— Ne è proprio sicura?

— Che sia scritto.... ne dubita lei?

— No.... che io abbia fatto del bene? esclamò amaramente il conte; i fiori, le piante, il bel sole, la bella neve — tutto questo è bene, nessuno lo contrasta, e chi lo fa è geloso del bene che possiamo fare lei ed io; — ho fatto morire Grazietta più presto — ecco tutto il bene che ho fatto. Ma stia tranquilla, mi è passata la smania, non mi proverò più.

Tornava agli amici, ai bicchieri, alle follie; non era però guarito: gli mancava sempre una cosa — l’innamorata.

Misurato dal falso riso e dall’ebbrezza finta, il tempo pareva un vecchio podagroso a Corrado. Vedendo dinanzi a sè l’immagine viva della noia, e sentendosi stanco dalla veglia, gli pareva talvolta che lo stringesse una malìa; allora balzava in piedi per non cedere al sonno, per non assomigliare nemmeno un istante a Domenichino.

Nelle pareti del Circolo eccheggiò un giorno una risata larga e sincera, a cui si unì Corrado con tutto il cuore — Aniceto era guarito alla meglio dalla gotta, per fare pochi passi e cadere.... indovinate? nelle braccia della severa Martina, che lo strinsero in un amplesso ferreo ed ahi! legittimo.

Gli astanti si divisero in due partiti.

— «Meglio la gotta!» — dicevano gli uni — e gli altri asserivano «meglio Martina!» e non vi fu verso di mettersi d’accordo.